Fantastica: conversando con Stefano Raffaele, disegnatore di Prometeo

Dopodomani, nelle edicole, nelle librerie e nelle fumetterie, uscirà Nekromanteion, terzo volume dedicato alla sconvolgente saga di Prometeo, uno dei titoli di punta della collana “Fantastica”. Per l’occasione, Stefano Raffaele, attuale disegnatore della serie, si è trattenuto a scambiare quattro chiacchiere con noi.

Blog 25 febbraio 2015 alle 13:14

È innegabile: il successo riscosso in Italia da Prometeo, l’affascinante e spettacolare mystery fantascientifico concepito dal cartoonist francese Christophe Bec, è andato al di là di ogni nostra più rosea aspettativa.

Sapevamo che la serie non sarebbe passata inosservata, visti i presupposti narrativi e l’alto livello qualitativo che la contraddistinguono, ma il tam-tam del web ci ha fornito un feedback straordinario. Nei forum dei principali siti fumettistici e nelle chat dei social network le parole di apprezzamento – superlativi compresi – sono letteralmente fioccate. Cosa che ci ha riempiti di piacere e di orgoglio.

Merito di una storia che riesce a fondere il gusto classico della grande avventura d’ampio respiro, piena di personaggi ed eventi che si rincorrono e si sovrappongono, con uno storytelling modernissimo che si pone in perfetta sintonia con lo stile visivo dei più recenti kolossal hollywoodiani e con una scansione del racconto simile a quella di un serial televisivo di ultima generazione.

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Cover originali di “Prometeo” © Christophe Bec/Soleil

Un mix che ha saputo accontentare sia i lettori più maturi ed esperti – gli acquirenti degli albi della Sergio Bonelli Editore e i collezionisti delle riviste d’autore degli anni Settanta e Ottanta – che quelli più giovani, in cerca di originali opere di puro entertainment, alternative ad altri prodotti fumettistici o ad altre forme di fiction, e, allo stesso tempo, dotate di un elevato valore artistico.

Chi ha avuto la fortuna di leggere Esogenesi e Invasione, i primi due volumi di Prometeo, pubblicati rispettivamente sui numeri 4 e 7 della collana “Fantastica”) si è trovato dinanzi a un lavoro coinvolgente, in cui lo spessore documentaristico si va a innestare su una trama densa di pathos e di colpi di scena.

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 Tavole tratte da vari capitoli di “Prometeo” © Bec/Soleil

Prometeo ha fatto felici coloro che sono cresciuti con gli enigmi presenti in “Martin Mystère” di Alfredo Castelli, col quale condivide certe tematiche fanta-archeologiche e certe atmosfere da brivido. E ha stregato gli amanti di X-Files, Fringe, Lost, Fortitude, Les revenants, riuscendo a riplasmare in maniera del tutto originale i meccanismi che regolano queste serie TV di culto. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che Prometeo sia stato da qualche mese opzionato per una trasposizione diretta al piccolo schermo.

In più, il disegno, la colorazione iperrealista, le sequenze narrative che esplodono letteralmente in grandi vignette o in spettacolari splash page, si pongono in parallelo con le visioni immaginifiche di registi come Steven Spielberg, James Cameron, Roland Emmerich, Michael Bay, J.J. Abrams. Un accostamento col quale Bec sa giocare alla perfezione, puntando ora al catastrofismo di Armageddon o di Cloverfield, ora al senso di stupore e di meraviglia di Incontri ravvicinati del terzo tipo o di The Abyss.

Dopo aver scritto e disegnato i primi due capitoli di Prometeo, Bec ha deciso, a partire dal terzo, di affidarsi ad altri disegnatori di fiducia. È toccato dapprima ad Alessandro Bocci (che abbiamo avuto già modo di ospitare sulle pagine del nostro blog) e poi a Stefano Raffaele, che con l’autore francese condivide ormai da anni un percorso comune.

Bec ha dichiarato che lo stile grafico e lo storytelling di Raffaele sono quanto di più vicino ci sia alla sua idea di narrazione a fumetti. E ad attestare questa identità di vedute artistiche concorrono, oltre a Prometeo, anche i cicli di Pandemonium, Sarah, Under e Deepwater prison.

Quest’ultimo, in particolare – un thriller ambientato in una prigione sottomarina di massima sicurezza – è uno dei tanti titoli di spicco che verranno, nell’immediato futuro, pubblicati all’interno di “Fantastica”.

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 Cover e tavole tratte da “Deepwater prison”, di prossima pubblicazione su “Fantastica” © Bec/Raffaele/Soleil

In occasione dell’uscita di Prometeo: Nekromanteion e dell’annuncio, da parte di Mondadori Comics, dell’inserimento di Deepwater prison all’interno del suo catalogo, abbiamo incontrato Stefano Raffaele (il sito personale dell’artista è: www.stefanoraffaele.com/), rivolgendogli alcune domande sul suo lavoro e sulla sua ricca carriera di disegnatore professionista, passata attraverso l’industria fumettistica italiana, americana e transalpina:

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Stefano Raffaele

MC: Stefano, siamo lieti di poterti finalmente accogliere sul blog di Mondadori Comics. Sappiamo che il tuo esordio professionale nel mondo del fumetto è avvenuto nel 1993 col serial “Lazarus Ledd”, di cui sei stato per breve tempo anche copertinista, subentrando a Giancarlo Olivares. Ma come è nata la tua passione per questo linguaggio?

SR: Sono cresciuto con l’enorme collezione di fumetti di mio padre, dove c’erano tutti i più grandi classici del fumetto italiano, francese e americano.

Ho avuto fin da piccolo questo grande desiderio di raccontare storie. Ricordo che mi piaceva anche realizzare dei piccoli cartoni animati artigianali, tipo “flip book”, dove inserivo le storie più assurde, immaginando alieni e draghi coinvolti in mille avventure. Un’altra cosa che amavo fare era osservare le persone mentre si divertivano con dei miei libri stile “Settimana enigmistica”: realizzavo vari giochi su carta, dallo scoprire disegni unendo i puntini numerati al trovare le differenze tra vignette in apparenza uguali.

Trascorrevo ore e ore sepolto in mezzo a carta, matite e pennarelli.

Ho anche programmando videogiochi sui primi computer domestici degli anni 80 (Sinclair ZX Spectrum), vendendone poi diversi a una casa editrice di Milano. La spinta era sempre la stessa: raccontare ed emozionare.

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Lazarus Ledd visto da Stefano Raffaele “Il potere e la gloria” © Capone/Raffaele

Lazarus Ledd” ha aperto le porte alla collaborazione col compianto Ade Capone, sceneggiatore prematuramente scomparso alcune settimane fa. Con lui, nel ’95, hai realizzato Il potere e la gloria, una miniserie supereroistica di culto interamente made in Italy che ti ha poi aperto le porte dell’industria dei comics statunitense.

Cosa ricordi di quel periodo?

È con Ade Capone che è iniziata la mia avventura professionale nel mondo del fumetto, e tutti i miei ricordi più intensi sono legati a quegli anni, che sono stati magici. Con Ade si era creato un rapporto particolare, e anche se c’erano scontri, talvolta anche molto forti, ho imparato tanto, diventando un professionista a tutti gli effetti.

Ho ricevuto grandi soddisfazioni nel mio lavoro, ma la telefonata di Ade, nel 1993, in cui mi diceva che i miei disegni erano piaciuti, e che ero ufficialmente uno dei disegnatori dello staff di “Lazarus Ledd” resterà sempre in cima a tutti i momenti più intensi e indimenticabili della mia vita. Ricordo ancora precisamente la sensazione della cornetta del vecchio telefono Sip nella mia mano e la voce di Ade all’altro capo del filo.

Negli USA, a ridosso dei primi anni Duemila, hai lavorato per la Valiant, la Dark Horse, la Marvel e la DC Comics, illustrando, tra l’altro, storie degli X-Men, di Batman, di Conan il barbaro e di Hellboy. Come hai vissuto quel periodo dal punto di vista personale e professionale?

Esaltante e difficile da credere, allo stesso tempo. Anche perché, a quei tempi, siamo stati davvero in pochi (quattro o cinque) italiani ad aprire le porte a tutti gli altri. Non c’era ancora internet, gli schizzi si mandavano via fax per essere approvati, e le tavole originali si spedivano via corriere. Era tutto nuovo, incredibile.

E, pur avendo lavorato su un’icona come Batman, la soddisfazione massima di quel periodo l’ho avuta disegnando due miniserie di Conan il Barbaro, perché ero un grandissimo appassionato delle storie di Roy Thomas, e lavorare su sue sceneggiature rappresentava un sogno che si avverava.

Nel contempo hai illustrato la fantascientifica Arkhain, su soggetto e sceneggiatura di un Lorenzo Calza – attuale firma di “Julia” – ancora esordiente. Com’è nata questa collaborazione e cosa ha significato per te, visto che segnava il tuo ritorno su lidi italiani?

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Raffaele disegna Conan il barbaro “Arkhain” di Lorenzo Calza e Stefano Raffaele

Arkhain ha segnato l’inizio della mia ricerca di uno stile più personale.

Il fumetto americano iniziava a non darmi più grandi stimoli e stavo iniziando a rivalutare tutto il fumetto europeo in generale, con la sua umanità, la sua poesia, i suoi ritmi di narrazione, le inquadrature studiate per raccontare e non per ricercare il colpo a effetto.

Lorenzo Calza e io volevamo creare un prodotto a metà strada tra il bonelliano e il supereroistico. Lavorare insieme è stato molto stimolante. Le nostre “litigate” le ricordo sempre con un sorriso. Erano inevitabili, tra autori appartenenti a due scuole agli antipodi.

Il risultato, pur non esente da errori dovuti al fatto che per me costituiva un terreno nuovo, è un lavoro che secondo me è stato molto coraggioso e del quale sono soddisfatto al 100%.

Dopo che tutti ormai ti stavano identificando come un cartoonist dalla cifra stilistica americana, legato a doppio filo col mercato d’Oltreoceano, giunge la svolta di Fragile, una storia di morti viventi sui generis che sancisce il tuo esordio in qualità di autore completo sul mercato francese. Come nasce Fragile e come ha mutato le prospettive della tua carriera nel fumetto?

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Gli zombi di “Fragile” © Stefano Raffaele

Fragile è stato la naturale evoluzione del mio operato dopo l’esperienza di Arkhain, e nasce dalla mia grande passione per tutti i film di Romero. La figura dello zombie mi ha sempre affascinato, fin da piccolo, ed è poi da lì che è nata tutta la mia passione per il genere horror. Mi sembrava il miglior modo per propormi finalmente anche come autore completo.

Un ricordo che resterà per sempre nel mio cuore è quello di Jean Giraud/Moebius che visiona le tavole di Fragile ben prima che fosse poi prodotto e stampato dagli Humanoïdes Associés.

Eravamo in questo piccolo paese, lui era seduto sui gradini di una chiesa e io mi ero avvicinato con le tavole di Fragile, timido, per avere un suo parere.

Il progetto gli è piaciuto tantissimo e questo mi ha regalato una spinta incredibile ad andare avanti.

Con Fragile è praticamente iniziata una sorta di carriera 2.0.

Il tuo incontro professionale con il cartoonist Christophe Bec risale al 2007, quando, per Soleil, è uscito il primo volume della trilogia horror Pandemonium. Da lì, l’inizio di una collaborazione che definire proficua è poco, dalla quale sono scaturiti il thriller psicologico Sarah e serial a sfondo fantascientifico come Prometeo, Deepwater prison, Under e Sanctuaire: Genesis, atteso prequel di Santuario (da noi pubblicato sul secondo numero di “Fantastica”). Come ci descrivi questo rapporto tra te e Bec?

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 “Sarah” © Bec/Raffaele/Dupuis “Under” © Bec/Raffaele/Le Lombard

Il rapporto professionale e d’amicizia con Christophe è nato grazie a Fragile. L’editore stava cercando un disegnatore adatto per Pandemonium, e Christophe era rimasto molto colpito da quella mia opera.

Abbiamo scoperto da subito di avere gusti e idee molto simili per quanto riguarda il modo di raccontare, dalle inquadrature alle ambientazioni. È stato naturale trovarci poi a fare coppia fissa su tutti gli altri progetti.

I ruoli di scrittore e di disegnatore restano ben distinti, ma c’è ormai una grande fiducia reciproca.

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Matite per “Pandemonium” © Bec/Raffaele/Les Humanoides Associés

Ci spieghi in che modo hai curato, dal punto di vista della documentazione e dello stile, il tuo approccio alle serie sopracitate?

Per quanto riguarda la documentazione, devo dire che le sceneggiature di Christophe sono sempre estremamente dettagliate e questo mi aiuta molto sia nel mettere subito a fuoco l’atmosfera richiesta che nel cercare riferimenti. Mi dedico poi moltissimo agli occhi dei personaggi, laddove nasce l’espressione delle emozioni, e cerco di concentrarmi soprattutto sulle inquadrature e sull’atmosfera.

Il fumetto, a differenza del cinema, non ha sonoro, ma il sonoro può essere “simulato” utilizzando in un certo modo l’ideale cinepresa.

In generale, gioco molto sui cambi di registro, in modo che le scene più intense possano colpire il lettore attraverso cambiamenti di stile e un certo modo di utilizzare i neri.

Per riassumere, però, direi che prediligo il lavoro sullo storytelling rispetto alla qualità del disegno in sé. Poi, anche la qualità del disegno conta, è ovvio, ma prima deve venire il racconto.

Che tecniche usi e come ti rapporti al procedimento di colorazione degli album che, generalmente, viene curato da altri artisti? Fornisci indicazioni cromatiche o ti giunge direttamente tra le mani il prodotto finito, senza possibilità da parte tua di intervenire eventualmente?

Uso una tecnica molto semplice: disegno a mano con matita mina 0,5 HB. Il tutto viene poi scansionato a 1200dpi e chinato tramite Photoshop. Per poter realizzare delle chine digitali, le matite devono essere estremamente dettagliate e pulite, tecnica che ho imparato lavorando negli Stati Uniti, dove venivano inchiostrate da un altro artista.

Talvolta fornisco indicazioni cromatiche, ma in generale diciamo che intervengo solo quando vengono consegnate le prime tavole colorate, che non vanno in stampa senza prima aver avuto l’approvazione mia e di Christophe.

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Tavole a matita per “Prometeo” © Bec/Raffaele/Soleil

Ti ringraziamo per esserti trattenuto con noi e per lo splendido materiale grafico che ci hai fornito in esclusiva.

Grazie a voi.

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