Federico Ferniani: un disegnatore sulla via del fantastico

Grazie a La via della spada, il pubblico italiano ha potuto finalmente apprezzare al meglio il talento del disegnatore toscano Federico Ferniani. Che andiamo a conoscere meglio con questa intervista in esclusiva.

Blog 5 marzo 2014 alle 11:40

Ferniani 0Nato a Empoli, classe 1974, Federico Carlo Ferniani è il principale illustratore de La via della spada, il graphic novel che lo sceneggiatore Mathieu Mariolle ha adattato dall’originale romanzo fantasy di Thomas Day. Prodotto originariamente per il mercato transalpino dalla Glénat, La via della spada segue, all’interno della collana “Prima”, quell’Elric che Julien Blondel, Didier Poli, Robin Recht e Jean Bastide hanno ricavato dall’omonimo capolavoro fantasy di Michael Moorcock.

E come nel caso di Elric, anche La via della spada ha nello spettacolare comparto grafico – che vede Ferniani coadiuvato dal colorista Jean-Paul Fernandez e affiancato dai disegnatori Mikaël Bourgouin e Yann Tisseron – il principale punto di forza.

Il nome di Ferniani (la cui pagina Facebook di riferimento è “Federico Ferniani Art” mentre il suo blog personale s’intitola The land behind flesh) è assai poco conosciuto in Italia nell’ambito del fumetto, anche perché il suo percorso artistico si è rivelato inusuale, non andando a toccare per niente il mercato fumettistico nostrano e concentrandosi esclusivamente sulla sponda francese. Oltralpe l’illustratore ha, infatti, esordito nel 2009 su Bravesland, una serie edita dalla Soleil e ambientata, tra scenari storici reali e deviazioni nel fantastico, nell’America del 1756.

Nel 2012 è poi la volta di Prometeo, una lunga, densa e complessa saga fantascientifica – ancora di produzione Soleil – che noi di Mondadori Comics siamo in procinto di proporvi, tra qualche mese, all’interno della collana “Fantastica”. Qui, su soggetto e sceneggiatura del prolifico cartoonist Christophe Bec, Ferniani subentra, per lo spazio di un solo volume, ad altri artisti, tra i quali figurano gli italiani Alessandro Bocci e Stefano Raffaele.

Nel 2013, infine, la consacrazione definitiva con La via della spada.

Federico, siamo felicissimi di poterti ospitare qui, sulle pagine del nostro blog. Cosa possiamo raccontare ai nostri lettori della tua prima formazione professionale e artistica?

Sono onorato di essere ospite del vostro blog, per me è una bella occasione per raccontare qualcosa del mio lavoro. È vero, il mio percorso artistico è stato un po’ inusuale. Disegno sin dalla prima infanzia ma non posso vantare la frequentazione di corsi o istituti artistici, non ho avuto un’educazione formale al disegno e alla pittura, sono sempre state attività coltivate con passione, sì, ma da autodidatta. Temevo addirittura che questa mancanza mi avrebbe precluso la possibilità di lavorare, ma per fortuna mi sbagliavo. La mia carriera è comunque iniziata tardivamente nel 1998 quando, dopo un tentativo fallito di entrare all’Accademia e tre anni poco fruttuosi di studi universitari, ebbi un moto d’orgoglio e misi su in fretta e furia un portfolio. Dopo un regolare “provino” entrai nella scuderia dello studio Inklink di Firenze (diretto da Simone Boni e Sandro Rabatti) che allora rappresentava una delle più importanti realtà italiane per quanto riguardava l’illustrazione diretta all’editoria.

Li mi sono formato come illustratore e art director assieme ad altri nomi del fumetto italiano direzionatisi poi verso il mercato francese: mi riferisco a Theo Caneschi, a Luigi Critone e a Lorenzo Pieri. Il meccanismo era quello della “bottega” per cui lavoravi su ogni fase di ideazione e realizzazione di un’illustrazione gomito a gomito con i professionisti. Fu in quegli anni inoltre che approcciai anche il mondo digitale frequentando corsi serali di informatica, grafica e modellazione 3D. Quella per circa dieci anni è stata la mia vera scuola.

Quali sono le tue principali influenze nel campo del fumetto e dell’illustrazione?

Sono Troppe. Ogni giorno che mi collego a internet scopro sempre nuovi artisti che mi colpiscono emotivamente ed esteticamente e che segnano il mio immaginario. Non c’è però un disegnatore che rappresenti nella sua peculiarità e unicità la totalità dello spettro visuale e stilistico a cui mi ispiro. Da un punto di vista del disegno “puro” ho sempre amato gli artisti realistici: maestri della matita, come Paolo Eleuteri Serpieri, Tanino Liberatore o Alan Lee. Più recentemente traggo enormi stimoli dai virtuosismi di Riccardo Federici, che tra l’altro ha in comune con i primi due una certa oscura morbosità carnale che mi affascina molto. Alan Lee è invece molto più arioso e spirituale.

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Paolo Eleuteri Serpieri Alan Lee Riccardo Federici

Seguo molto Travis Charest, un artista statunitense che adoro. Amo moltissimo la freschezza di Mastantuono. Poi ci sono i titani del fumetto e non solo: il tratto, la composizione e il montaggio raffinati di Sergio Toppi, le grafiche oniriche e disturbanti di Dave McKean, la visionarità ciclopica di Juan Giménez. Tutti assieme rappresentano un ideale formale a cui aspiro.

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Travis Charest © Les Humanoides Associés Juan Giménez

Non ci sono poi solo artisti occidentali: adoro le illustrazioni di Vania Zouravliov e per quanto riguarda l’Oriente ammiro tantissimo Tsutomu Nihei, autore del bellissimo Blame, Kentaro Miura e il suo fantastico Berserk e infine il divino Katsuhiro Otomo che con il suo Akira, coi suoi ambienti ampi e ciclopici, con le sue architetture caotiche e ipertrofiche, irregolari ma allo stesso tempo – un eccitante paradosso – ordinate e precise, ha segnato per sempre il mio modo di vedere lo spazio.

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Vania Zouravliov Kasuhiro Otomo

Non ci sono solo illustratori e fumettisti. Kris Kuksi, per dire, rappresenta quel tipo di artista a tutto tondo, scultore e disegnatore insieme, il cui immaginario oscuro, onirico e a volte orrorifico mi porta alla mente un po’ certe soluzioni di H.R. Giger che da piccolo ha segnato profondamente la mia anima. Potrei e vorrei fare mille altri nomi ma temo non ci sarebbe spazio. Nemmeno per una pagina web!

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Kris Kuksi

Il tuo esordio fumettistico è avvenuto nell’ambito della bande dessinée transalpina, lontano da precedenti esperienze italiane. Una scelta precisa o una pura casualità?

È stata una pura casualità. Sia Theo Caneschi che Luigi Critone, miei colleghi allo studio Inklink, erano già approdati sul mercato francese precedendomi di diversi anni e, in un certo senso, avevano creato una rotta ideale. Quando lasciai lo studio, il mondo del fumetto, professionalmente parlando, mi era pressoché sconosciuto al di fuori della loro esperienza. È stato naturale appoggiarmi ai loro consigli.

Fu Theo a propormi di mandare dei disegni ad alcuni autori suoi amici conosciuti durante un festival in Francia. Non ho mai avuto motivi per evitare il mercato nostrano, anzi non ti nascondo che non mi dispiacerebbe affatto iniziare un’esperienza anche qui, nel nostro Paese, ma, come avete già accennato voi, in Italia sono pressoché sconosciuto. Chissà che la pubblicazione italiana de La via della spada non mi aiuti in questo senso.

"Bravesland" © Soleil

“Bravesland” © Soleil

Be’, probabilmente non può esistere biglietto da visita migliore! Senti, continuando nel nostro excursus, cosa puoi dirci della tua esperienza su Bravesland, la serie che ti ha visto esordire oltralpe? Abbiamo potuto vedere alcune tue tavole realizzate col supporto di Delphine Rieu, una colorista di notevole talento. Ti sei trovato bene a lavorare con lei?

Bravesland ha costituito un’esperienza formativa cruciale. Ho commesso tutti gli errori possibili durante la sua lavorazione e ha richiesto una gestazione molto lunga. Fu traumatico passare da uno stile di disegno basato sul dettaglio tipico dell’illustrazione scientifica, dai tempi di lavorazione più distesi, alle esigenze della sinteticità e della velocità del linguaggio fumettistico. Ho imparato cos’è un fumetto direttamente sul campo, anche a costo di ridisegnare da capo numerose tavole. L’amore per il cinema e un certo istinto innato per la narrazione però mi sono venuti molto in aiuto. Imparai a considerare il mio ruolo esattamente come quello di un regista su un set. Bravesland ha rappresentato un primo scalino, mi ha insegnato molto.

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“Bravesland” © Soleil “Bravesland” © Soleil
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Delphine Rieu

Per quanto riguarda il rapporto con Delphine Rieu, la colorista, non è stato così forte come avrei auspicato: la lavorazione a un fumetto in molti casi procede per compartimenti stagni, è l’editor la figura che ha il ruolo di mettere in comunicazione i vari professionisti, ma spesso la distanza geografica e la barriera linguistica, i diversi tempi di lavorazione al progetto giocano parecchio. Con Delphine abbiamo in pratica lavorato quasi senza contatti.

Dopo Bravesland è stata la volta di Prometeo, un altro tuo lavoro che vedrà per la prima volta la luce in Italia, stavolta sulla nostra collana “Fantastica”…

Su Prometeo ho effettuato una vera “comparsata”. È un progetto dalle molteplici anime: si va dal thriller alla spy-story,dalla fantascienza all’horror. Il mio contributo si è limitato a poche pagine ma mi sono divertito molto a cambiare completamente soggetto. Il modello narrativo di Christophe Bec è quello più tipico del cinema e dei serial televisivi. Credo, anzi, che piacerà molto al pubblico anche non avvezzo al fumetto ma che, però, ha oramai una grande familiarità con l’entertainment televisivo d’alto livello.

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“Prometeo” © Soleil Federico Ferniani

La via della spada costituisce sicuramente una svolta nella tua carriera di disegnatore. Le tue tavole sono molto ariose, ma al contempo, il tuo stile è molto dettagliato. Ci puoi raccontare come hai impostato il tuo lavoro?

Si, anche io credo che questo progetto sia una svolta per me o, come mi piace pensare, un “vero” inizio. Non rinnego assolutamente il lavoro fatto fino ad oggi, ma se guardo al passato non sono state molte le occasioni in cui ho potuto esprimere con libertà il mio immaginario. Il lavoro come illustratore non di fiction era molto strutturato attorno a uno standard e a un layout preimpostati e limitava l’espressione personale. Bravesland è stato un progetto molto più “controllato”, più mediato sia da parte della casa editrice – che mi dava direttive stilistiche di genere lontane da quello che era il risultato che mi ero prefissato e che mi forniva uno storyboard a cui dovevo attenermi a grandi linee – sia da parte mia. Era il mio primo lavoro e mi sentivo poco propenso a slanci troppo personali. La stessa peculiarità dello script con la sua ambientazione rigorosamente storica e realistica non mi ha concesso di spaziare troppo.

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“La via della spada” “La via della spada”

Con La via della spada tutto è cambiato, ho avuto piena libertà di regia e di interpretazione da parte dell’autore e dell’editor. Ideando da me lo storyboard e il design ho potuto davvero divertirmi a cercare soluzioni visive e di regia che mi soddisfacessero e che assecondassero la mia naturale propensione al dettaglio, al tratteggio e alle immagini dinamiche e ariose. Il mio amore per il taglio registico dinamico americano e giapponese mi ha influenzato molto specie nell’inserimento di grosse scene a doppia pagina, le mie preferite, o di splash page. Lavoro per strati: metto un grande studio nella fase dello storyboard. Spesso parto da una singola vignetta, quella che considero la più importante e costruisco il resto attorno a essa cercando di dare alla tavola un movimento coerente. Vedo la tavola come un organismo dove ogni vignetta collabora a comporre un tutt’uno. Tutto ciò mi ha permesso di fare un salto espressivo e qualitativo. Adesso che sto lavorando al secondo tomo continuo a vedere una crescita in questo senso. Pensavo che alla mia età un artista avesse oramai ben definito stile e tecniche e invece mi rendo conto che si continua sempre a evolversi, a migliorare. Sento che ancora devo sparare le mie cartucce migliori. Ecco perché parlo di inizio.

Quali riferimento grafici e culturali hai preso in considerazione e hai applicato?

Alla Glénat sapevamo che questo progetto non poteva essere interpretato come una rievocazione storica visiva attendibile e coerente del personaggio di Miyamoto Musashi e del Giappone del Seicento. Io come disegnatore non volevo certo competere col bellissimo manga Vagabond del maestro Takehiko Inohue che tratta proprio le vicende della crescita del giovane Miyamoto sulla falsariga della sua vera vita. Dovevo discostarmi da quel modello e la storia mi è venuta in aiuto.

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“La via della spada” “Vagabond” di Takehiko Inohue

La nostra vicenda vede un Miyamoto maturo insegnare a un giovane apprendista, Mikedi, che col tempo (attenzione: spoiler!) deciderà di seguire il lato oscuro della Via della Spada diventando un mostro, un Anakin Skywalker giapponese. La citazione della saga di Guerre Stellari non è casuale: nella storia sono presenti numerosi spunti fantastici che ci hanno dato lo stimolo, d’accordo con lo stesso Thomas Day, a fare un’opera veramente fantasy e solo superficialmente ambientata in un riconoscibile Giappone storico. In realtà, siamo in un Giappone alternativo, omaggio a quella che è la classica, forse un po’ ingenua iconografia che l’immaginario occidentale ha dell’Oriente. Mi riferisco quindi a un Oriente con la “O” maiuscola.. fatto di draghi serpentiformi dai lunghi baffi, di vesti lunghe e dai panneggi leggeri, di veli danzanti, di geishe sensuali e ammiccanti, di monaci indistruttibili. Volevo creare un mondo che unisse i film di Bruce Lee e di Akira Kurosawa ai western di Sergio Leone e al pulp di Quentin Tarantino, la poesia e l’eleganza della nuova ondata del fantasy storico orientale alla cupezza e al gotico del fantasy occidentale, fatto di mostri, castelli e foreste oscure. Questa interpretazione particolare mi ha dato libertà espressiva nei costumi, nelle architetture, nei dettagli, nelle fisionomie e nelle acconciature, nei paesaggi. Nel primo volume forse questa visione può sembrare ancora un po’ nebulosa ma credo che già dal secondo i suoi caratteri originali risulteranno più riconoscibili.

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“La via della spada” “La via della spada”

A questo proposito, quali tecniche impieghi?

Non seguo una tecnica di realizzazione standard. Spesso sono un po’ caotico nel modo di affrontare il lavoro e questo talvolta si è rivelato un problema. Ma più vado avanti e più delineo un mio modo. Di base parto da uno storyboard molto veloce in cui cerco di fermare quelle “visioni” sfuggenti che ho sin dalla prima lettura dello script. Sono molto istintivo nel mio modo di procedere. Raramente vedo una tavola completa, però: il più delle volte si tratta di una o due vignette principali che saranno,come dicevo prima, la nervatura della tavola che costruirò loro attorno. Concepisco le vignette separatamente, poi, una volta scandite in digitale, procedo a riunirle, montandole, mutandole in quello che poi sarà lo storyboard definitivo, assieme a testi e a balloons. Più curo questa fase e più difficilmente in futuro sentirò la necessità di cambiare qualcosa.

Tuttavia, non sempre l’idea arriva subito. Un tempo stampavo lo storyboard che avevo così ottenuto per poi andare a ricalcare su un tavolo luminoso un veloce telaio della tavola. Oggi invece preferisco tenermi lo storyboard a video e disegnarlo direttamente sul foglio. La fase della matita è per me la più lenta ma è anche quella che più mi rappresenta. Non mi considero un vero inchiostratore. Più la matita è completa e ben costruita e più la china sarà una fase rilassante di puro ripasso. Non delego più nulla alla china: luci, ombre… tutto deve essere ben definito a matita. Qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare che questo rallenti il lavoro. Può darsi. Ma procedere diversamente mi rallenterebbe di più. Avendo una predisposizione al dettaglio preferisco abbondare nella matita per poi alleggerire con la china dove necessario. Credo che in futuro questo processo si concretizzerà sempre di più.

Il digitale è stato ed è fondamentale per il colore ma non solo. Dopo la scansione passo in rassegna la tavola e se c’è qualcosa che non mi convince la modifico digitalmente. Un tempo mi capitava di rifare intere vignette da capo. La modifica in digitale era la vera conclusione della tavola ma, come dicevo prima, questo mi accade sempre meno.

A cosa è dovuto l’inserimento di altri artisti nelle scene di flashback de La via della spada?

Credo che l’idea sia stata inizialmente di Mariolle in accordo con l’editor della Glénat. Ne fui subito entusiasta, mi è sempre piaciuta l’idea di un fumetto realizzato in chiave “corale”. È stata una splendida occasione per collaborare con altri. Non è insolito, poi: il fumetto a più mani è una formula nota, nel nostro caso risponde a un’esigenza artistica ed espressiva. Nel caso di Prometeo, invece, a una produttiva. È un progetto di più ampio respiro, strutturato su molti volumi e accostare diversi disegnatori rende le uscite degli albi più vicine nel tempo. Si tratta di accostare disegnatori con uno stile simile, avvicinati e armonizzati poi dal colore.

In La via della spada questi inserti illustrano storie dentro la storia: sono racconti che vengono fatti al giovane Mikedi da Musashi o da altri protagonisti. L’idea di base è rappresentarli così come lui li immagina mentre vengono narrati. Non c’è esigenza di continuità stilistica: distanziare fortemente gli stili dei vari strati narrativi, nella linea, nel colore e nella stessa regia, secondo me aiuta molto a sottolineare i caratteri onirici e leggendari di queste storie. Questi inserti saranno presenti in tutti e tre gli albi. Nel secondo sono felice di annunciarti che uno dei due sarà realizzato da me. Avevo una voglia matta di cimentarmi in questa sfida sin dall’inizio.

Quali sono le imprese future che ti aspettano?

Me lo chiedo anch’io. Di sicuro so solo che finirò La via della spada, che prevede l’uscita di tre albi, e nel breve termine vedrò quali saranno i frutti di questa esperienza. In futuro vorrei staccarmi dal genere storico e dedicarmi ad altri generi. Vorrei provare coi miei grandi amori: la fantascienza e l’horror. Tutto può succedere, l’importante è che mi entusiasmi la storia: sono un disegnatore emotivo, ho bisogno di innamorarmi di quello che disegno o, in caso contrario, sento di non riuscire a dare il massimo.

Vorrei curare personalmente la colorazione del mio prossimo lavoro. Se gli editor della Glénat vorranno propormi altri progetti sarò felice di continuare a collaborare con loro. Al momento ancora non abbiamo parlato concretamente di questa eventualità. Io e Mathieu Mariolle ne abbiamo già discusso. In caso contrario mi metterò alla ricerca di un lido editoriale disposto ad accogliermi e stavolta non solo come disegnatore ma anche come autore. È un mio sogno da sempre. Ho diversi progetti da presentare a cui lavoro da anni. Amo scrivere, so che tenterò il salto perché mi sentirò completo solo quando riuscirò a dare corpo e vita ai mondi che ho dentro di me. Glielo devo. Sono anche in contatto con un gallerista francese per la produzione di illustrazioni ispirate al fumetto e destinate alla vendita e al mercato del collezionismo. Non do nulla per scontato.

A questo punto non possiamo far altro che ringraziarti, sperando di poterti avere di nuovo qui con noi in occasione dell’uscita del sequel de La via della spada

lo spero anche io. Grazie di tutto, davvero.

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