Giancarlo Berardi: le origini di Ken Parker

La pubblicazione della collana definitiva dedicata a Ken Parker – l’uscita del primo volume è prevista tra due settimane – sarà accompagnata da un ciclo di interviste on-line a Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. Iniziamo dando la parola al creatore letterario della serie.

Blog 26 marzo 2014 alle 12:00

ohuttc4t“Questo mese Ken Parker compie esattamente quarant’anni. Era il marzo del 1974 quando ho cominciato a scrivere la sua avventura umana.”

Seduto dietro la scrivania del suo studio di Genova, Giancarlo Berardi conversa amabilmente con noi. Ma il suo tono di voce caldo e la sua disponibilità, lasciano intravedere un uomo con una visione ferrea dell’arte, dei generi letterari e narrativi, del fumetto e dei media popolari. Uno scrittore dai gusti poliedrici, che sa ascoltare e accogliere con compiacimento le riflessioni elaborate dai suoi interlocutori. Ma altresì pronto a ribattere con grande fermezza e decisione a osservazioni e deduzioni critiche che non lo trovano d’accordo.

Del resto, dall’alto di quasi mezzo secolo di carriera e con un’esperienza autoriale che ha dato corpo ad alcune delle pagine più belle e gloriose del fumetto popolare italiano, non c’era da aspettarsi di meno. “Julia: Le avventure di una criminologa”, la collana mensile che ha ideato e che continua a curare da più di tre lustri per la Sergio Bonelli Editore, resta probabilmente la serie fumettistica italiana ad alta tiratura più importante e significativa di questo primo scorcio di XXI secolo. E prima ancora parlavano per lui le storie di Tiki, il ragazzo amazzonico; di Marvin il detective e L’uomo delle Filippine; di Welcome to Springville; di Giuli Bai & Co.; di Tom’s Bar, dell’antologia Fantasticheria; dello Sherlock Holmes adattato da Arthur Conan Doyle. Tutti lavori graziati da ampio successo di pubblico e di critica, realizzati col fondamentale apporto grafico di artisti del calibro di Ivo Milazzo, Renzo Calegari e Giorgio Trevisan.

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L’edizione spagnola di Marvin il Detective Julia © Sergio Bonelli Editore

Attualmente, però, è Ken Parker – il suo personaggio di maggior prestigio, quello di cui sempre, in ogni circostanza, i fan invocano a gran voce un nuovo ciclo di avventure – a essere tornato al centro delle attenzioni del suo padre letterario. L’occasione è data, ovviamente, dall’imminente uscita in edicola, nelle librerie e nelle fumetterie, di quella che aspira a essere l’edizione definitiva delle storie di cui il biondo trapper del Montana è protagonista.

Accanto alla voce di Julia, quindi, Berardi ha ritrovato quella di Ken Parker. Al punto da aver deciso, in accordo con lo staff di Mondadori Comics, di rivedere la parte testuale della serie, intervenendo in prima persona su quei passaggi stilistici che oggi potrebbero presentare qualche accento dissonante.

Sergio Bonelli Editore

© Sergio Bonelli Editore

Segno di un amore che non ha mai perso di vigore nei confronti della sua creatura. Quello stesso amore che quattro decenni fa venne probabilmente percepito anche dal compianto Sergio Bonelli, facendogli intuire che Ken Parker, nato originariamente per apparire in una storia one-shot destinata all’antologica “Collana Rodeo”, era meritevole di un’intera serie regolare.

L’entusiasmo per l’edizione di “Ken Parker” targata Mondadori Comics emerge con vigore non solo dalle parole di Berardi. Il teaser trailer che ha preannunciato, pochi giorni fa, il lancio della pubblicazione, si avvale di una colonna sonora scritta da lui e tratta da una sua ballata. E le risposte che fornisce alle domande che gli abbiamo rivolto, suonano in alcuni casi inattese.

Ascoltate anche voi.

Giancarlo, ciò che colpisce di Lungo Fucile, il primo episodio di “Ken Parker”, sono la ricchezza e la densità narrativa (accadono parecchie cose in un susseguirsi molto fluido degli eventi) unite al vasto respiro della storia e degli scenari. Aveva un’idea assai chiara e forte di cosa raccontare e di come raccontarlo. Come procedeva nella stesura dello script?

Quell’episodio poteva essere sviluppato tranquillamente in tre albi. C’è troppo materiale. Le cause? Inesperienza e timore dei “vuoti”. Il plot, però, l’avevo ben chiaro in testa, e soprattutto il taglio realistico e aderente ai fatti storici, che allora era inusuale all’interno dei fumetti seriali italiani.

Il mio ritmo di scrittura era piuttosto lento, frutto di lunga elaborazione: non più di tre pagine al giorno.

Questa ricchezza narrativa prosegue in Mine Town e negli episodi successivi, dove il movimento dei fatti e dei personaggi resta copioso senza tuttavia perdere in fluidità e scorrevolezza. In questi albi, però, salta all’occhio qualcos’altro. Si è sempre detto che il mood di “Ken Parker” derivi da quello del film Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sidney Pollack (lo stesso protagonista è modellato da Ivo Milazzo sulle fattezze dell’attore Robert Redford). Anche in Chemako, uno degli episodi più amati dai lettori, si notano le influenze di Piccolo grande uomo di Arthur Penn e di Soldato blu di Ralph Nelson. Ma – solo per fare alcuni esempi – la strage di cui sono vittime i compagni di Ken in Mine Town ricorda I tre giorni del Condor, sempre di Pollack, mentre gli intrighi di Omicidio a Washington sembrano rimandare a Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula. Il grande cinema americano d’impegno sociale è, insomma, presente in maniera assai più vasta di quella che si creda in “Ken Parker”…

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Nei due episodi successivi a Lungo Fucile cominciai a prendere le misure con le novantasei pagine del format Bonelli, in cui si dipana la sceneggiatura.

Giusti i riferimenti a Corvo Rosso non avrai il mio scalpo e a Soldato blu. Piccolo grande uomo e gli altri film citati invece no, non mi hanno influenzato.

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Anche se non si notano, sicuramente ci sono echi dei registi che amavo: oltre al cinema western revisionista di fine anni Sessanta-inizio anni Settanta, tenevo ben presente la lezione della scuola classica: Howard Hawks e, soprattutto, John Ford.

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John Wayne e Robert Mitchum in El Dorado © Paramount Pictures © Warner Bros.

C’era, inoltre, Billy Wilder, c’era Akira Kurosawa. Senza dimenticare – lo si nota benissimo nelle storie di Ken – l’influsso delle “commedie all’italiana” realizzate da Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi. Compreso il sottovalutato Camillo Mastrocinque, autore di un gioiello di narrazione, umorismo e approfondimento psicologico come La banda degli onesti.

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I sette samurai di Akira Kurosawa La banda degli onesti

Infatti, nella recitazione e nella dimensione interiore delle figure umane presenti in “Ken Parker”, trova posto persino il Totò più malinconico e umano, di una pellicola come Totò e Carolina, diretta proprio da Monicelli, da un soggetto di Ennio Flaiano, con la sceneggiatura firmata dal regista e da autori del calibro di Age, Furio Scarpelli e Rodolfo Sonego. Per me, amante del teatro, Totò rappresentava un modello di immedesimazione totale nel personaggio. 

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Infine c’è la parte letteraria, western e non, di cui sono stato avido lettore fin dall’infanzia. Il primo libro che ho letto in vita mia, quando avevo sei anni, è stato L’ultimo dei mohicani di James Fenimore Cooper.

I primi otto albi di “Ken Parker” (che saranno compresi nei primi quattro volumi dell’edizione targata Mondadori Comics) formano un ciclo che, rapportato all’oggi, potrebbe essere considerato come una sorta di prima stagione di un ideale serial TV. Nel terzo episodio, I gentiluomini, questo ciclo incomincia ad ampliare la sua vastità mettendo in scena personaggi che conquistano di prepotenza la scena rispetto al protagonista. In questa storia, infatti, le prime quindici tavole se isolate potrebbero costituire quasi un racconto a sé (che assomiglia davvero a un’opera apocrifa di Ambrose Bierce, scrittore che lei omaggerà nel prosieguo della saga), mentre Ken Parker compare non prima di ben trentotto pagine…

Nei miei intenti, Ken doveva essere un testimone del suo e del nostro tempo, l’uno come metafora dell’altro. All’epoca, uscivo dall’esperienza del movimento studentesco del Sessantotto. Ci eravamo battuti per un’ideale di giustizia e di emancipazione, ed eravamo stati sconfitti dal sistema politico-religioso-finanziario tutt’ora vigente. Qualcuno di noi aveva imboccato strade aberranti. Altri, come me, vivevano un senso di delusione e di sconfitta. In quelle circostanze, era impossibile trasformare il pensiero in agito, bisognava ricercare dentro di sé i valori fondanti della dignità e del vivere, che la società non ci offriva. In qualche modo, da protagonisti siamo diventati osservatori del nostro momento storico.

Questo “ritardo” nell’ingresso in scena di Ken Parker avviene anche nell’ottavo episodio della serie, Colpo Grosso a San Francisco, in cui la scena è inizialmente dominata da un personaggio inquietante, un criminale tanto simpatico e seducente quanto spietato e amorale. Nelle storie di “Ken Parker” il livello di violenza è spesso altissimo, mai gratuito, ma nondimeno realistico e disturbante. “Ken Parker” sembrava, in tal senso, spostare in avanti un limite. All’epoca si era forse aperto uno spazio di maggiore libertà rispetto al passato (e talvolta anche rispetto al futuro)?

È vero, all’epoca c’era maggiore libertà di espressione. Il Sessantotto aveva allargato il limite delle convenzioni sociali. E poi, io mi sono sempre riconosciuto idealmente nel grande filone dei narratori veristi. Un mio punto di riferimento, per tanti anni, è stato Giovanni Verga, il massimo esponente del Verismo letterario. I racconti di puro intrattenimento non mi hanno mai interessato. Una storia senza tensione morale non è nulla. E non lascia nulla. Divertire, stimolando la riflessione, quello è il mio intento. 

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La Terra trema di Visconti, tratto da I Malavoglia di Verga.

Be’, a questo punto possiamo comprendere appieno perché, negli anni Ottanta, abbia deciso di intitolare Fantasticheria un’antologia di brevi racconti a fumetti ideati e sceneggiati da lei. Ma, sempre a proposito di questo primo ciclo di “Ken Parker”, con gli occhi di oggi c’è qualche svolta narrativa o qualche digressione che rivedrebbe?

Rivedrei e riscriverei tutto. Rileggermi è una grande fatica, che ho evitato in ogni caso per lunghissimo tempo. E infatti erano quarant’anni che non riprendevo in mano i primi episodi di Ken Parker. Quando, tuttavia, voi di Mondadori Comics mi avete invitato a revisionare l’intera saga, ho dovuto riconoscere che quel ragazzo di ventiquattro anni se la cavava già abbastanza bene.

E da lettori, ne siamo pienamente convinti anche noi, che con quelle storie siamo cresciuti e che ci stupiamo per la loro modernità e freschezza ogni volta che ci accostiamo a esse. Ma a questo punto, Giancarlo, visto che le cose da chiederle sono tante e che la nuova edizione di “Ken Parker” proseguirà per molti mesi, possiamo tornare a disturbarla a breve con altre domande riguardanti i successivi cicli narrativi della serie?

Quale disturbo? Vi aspetto con piacere.

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