Giancarlo Berardi: L’umana avventura di Ken Parker

La settimana scorsa ha fatto la sua comparsa nelle edicole, nelle fumetterie e nelle librerie, il primo numero della collana “Ken Parker” targata Mondadori Comics. Mentre è ancora in corso lo sviluppo del ciclo introduttivo della serie, ci intratteniamo col suo creatore letterario per farci raccontare qualcosa sulle storie immediatamente successive a quelle d’esordio.

Blog 16 aprile 2014 alle 12:00

Ber-1È una fredda serata di fine inverno quando chiamiamo Giancarlo Berardi al telefono. Nubi temporalesche si addensano ancora sull’Italia, ma ci piace immaginare che nello studio dello sceneggiatore genovese spiri già il vento frizzante della primavera. Una primavera creativa prima ancora che atmosferica.

“Julia”, la serie mensile di genere investigativo ideata da Berardi e pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore, sta vivendo uno dei suoi periodi migliori, grazie a storie sempre più fresche e attuali che vedono, tra l’altro, la protagonista impegnata in una relazione con un intraprendente detective della polizia italiana, guarda caso residente proprio a Genova.

E poi c’è Ken Parker, il figlio ritrovato, al quale Berardi ha deciso di ridare nuova linfa e nuova voce tornando a esplorare la sua gloriosa dimensione narrativa. Un’esigenza che lo ha spinto ad andare a riguardare – dopo averlo evitato per quarant’anni – testi e dialoghi delle storie dedicate alla sua creatura, depurandoli da termini oggi da lui stesso giudicati troppo “elevati” e letterari e puntando alla restituzione di un parlato maggiormente aderente alla realtà. Proprio come avrebbe fatto il romanziere verista Giovanni Verga, che Berardi pone nell’elenco dei suoi imprescindibili modelli di riferimento.

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© Sergio Bonelli Editore Il numero 1 di Ken Parker targato Mondadori Comics

Ed è mentre si sta prendendo una meritata pausa da questa impegnativa operazione, imperniata su una sensibilità ritmica e su un rigore artistico affinati nell’arco di mezzo secolo di carriera, che Berardi trova il tempo per rispondere, con la sua solita cortesia e chiarezza, alla nostra nuova tranche di domande.

Giancarlo, mentre sulla nuova edizione di “Ken Parker” si sta sviluppando quella che nel corso della nostra chiacchierata introduttiva abbiamo definito come la “prima stagione” della serie, ci piacerebbe soffermarci a parlare di quel trittico di storie che, a nostro giudizio, compone la “seconda stagione”, ambientata stavolta sulle rotte marine del nord Pacifico e sui ghiacci artici (verrà proposta all’inizio di maggio, a cavallo tra il quinto e il sesto volume della collana targata Mondadori Comics). Ti trova d’accordo quest’idea di “stagioni”? Come pianificavi le story-lines e gli spostamenti del tuo personaggio all’epoca?

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Secondo i miei interessi. Vi spiego. Venivo preso da passione per un argomento, sul quale mi procuravo tutti i libri possibili. Poi, avendo poco tempo a disposizione per immergermi in quelle pagine con la tranquillità che avrei desiderato, decidevo di utilizzare quei temi come sfondo per le mie storie, in modo da non sottrarre spazio al lavoro e poter leggere il tutto senza sensi di colpa. (ride)

A questo punto era già chiaro che Ken Parker aspirava a essere qualcosa di più di un antieroe western. Già allora si proiettava su scenari molto diversi da quelli del selvaggio Ovest…

Né eroe, né antieroe. Ho sempre pensato a lui come a una persona. Con la mia stessa sete di sapere. Il senso della vita, per dirla con Dante, è quello di acquisire “virtute e canoscenza”.

Caccia sul mare, primo capitolo di questa ideale trilogia, sembra un atto d’amore nei confronti di Melville, di Stevenson, di Conrad, un’avventura di ampio respiro proiettata verso l’infinito, in cui il mare, l’orizzonte, la notte sembrano inghiottirti…

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Herman Melville Robert Louis Stevenson

Il primo libro della mia infanzia è stato L’ultimo dei Mohicani, il secondo L’isola del tesoro. I liguri hanno il mare nel DNA. E io, l’avventura di Jim Hawkins – di cui possiedo una decina di edizioni – me la rileggo ogni tre-quattro anni. Ho sempre amato le storie di marinai e di pescatori: da Moby Dick a Nostromo, da Lord Jim a I Malavoglia. La sfida dell’uomo contro la natura, la fatica del vivere. L’esplorazione del mondo esterno come metafora di quello interiore.

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© Columbia Pictures © Warner Bros.

Tra l’altro ci sono diverse soluzione grafiche del disegnatore Giancarlo Alessandrini – qui al suo secondo intervento sulla serie di Ken Parker – che paiono mutuate dalla riduzione a fumetti di Moby Dick operata dal grande Dino Battaglia…

Immagino che l’abbia tenuta presente. E con ragione. È forse la versione più bella mai apparsa.

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Moby Dick di Dino Battaglia Tavola di “Ken Parker – Caccia sul Mare” disegnata da Alessandrini

C’è perfino una citazione da Lo squalo di Steven Spielberg, che in Italia era uscito circa tre anni prima di Caccia sul mare

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© Universal Pictures Tavola di “Ken Parker – Caccia sul Mare” disegnata da Alessandrini

No, lo escludo. Se mai, mi avranno influenzato il Moby Dick diretto da John Huston, e Il vecchio e il mare di John Sturges, tratto da Hemingway.

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Le terre bianche rappresenta un’altra avventura atipica per gli standard del fumetto popolare dell’epoca. Nessun cattivo, nessun nemico da sconfiggere: solo il protagonista costretto ad affrontare, assieme a un piccolo manipolo di dispersi, una natura inospitale, ostile. Ricordiamo che quando la leggemmo per la prima volta rimanemmo sconcertati dalla crudezza e dall’angoscia di quella situazione…

L’artico, gli Inuit e gli orsi bianchi hanno sempre esercitato un grande fascino su di me. In particolare, andavo alle ricerca delle relazioni di viaggio dei primi del Novecento, con il loro bagaglio etnico e sociologico.

La storia creò perplessità in Sergio Bonelli [l’editore dell’epoca, N.d.R], secondo il quale, dato che il fumetto non possedeva i mezzi del cinema – sonoro, musica, colore, movimento – doveva basarsi più sull’avventura che sull’atmosfera. La mia idea di fumetto era diversa, meno imbrigliata dalle convenzioni. Altrimenti, perché fare “Ken Parker”? C’era già “Tex”…

Tra l’altro riteniamo che Bruno Marraffa, che avrebbe disegnato anche l’episodio successivo, Il Popolo degli Uomini, qui abbia svolto un lavoro efficacissimo. A parte la rottura della classica gabbia articolata su tre strisce lineari, tipica degli albi della Sergio Bonelli Editore, a favore di una disposizione delle vignette assai più mossa e nervosa (una via già praticata da Ivo Milazzo nelle storie precedenti), c’era quel suo tratto pastoso e sanguigno, denso di ombreggiature a linee incrociate, che ben si adattava a rappresentare la vicenda. Leggendo quella storia ci sembrava addirittura di sentire il gelo dell’atmosfera, di poter annusare l’odore della paura, il sentore acido del sudore e del sangue…

Ho riletto quelle storie dopo quarant’anni, e devo dire che sono ancora straordinariamente efficaci. Gran parte del merito va a Marraffa.

Il Popolo degli Uomini sembra invece, in qualche modo, compensare quanto mostrato su Le terre bianche. La storia procede più leggera, con toni da commedia, con episodi sorprendenti e un andamento quasi antropologico-documentaristico. Una sorta di Chemako ambientato, però, stavolta, tra gli Inuit. A quali documentazioni hai fatto riferimento per ricreare quel mondo?

Mi piace altalenare dramma e commedia, anche nella stessa storia. Come succede nella vita reale. Gli aspetti antropologici di altri popoli ci permettono di trovare uno specchio in cui riflettere le nostre caratteristiche umane. È così che si combatte il razzismo.

Quanto alla documentazione, ricordo 216 giorni di caccia nell’Artide di Wilhelm Hannig; Gli ultimi re di Thule di Jean Malarie; Il paese dalle ombre lunghe di Hans Ruesch. E poi il film-documentario Nanuk l’eschimese di Robert J. Flaherty, Dersu Uzala di Akira Kurosawa… e tanti altri.

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Dersu Uzala di Akira Kurosawa Nanuk l’eschimese di Robert J. Flaherty

La ringraziamo, Giancarlo. Non vediamo l’ora di rincontrarla il mese prossimo per parlare della tetralogia di Pat O’Shane, probabilmente uno degli story-arc più famosi e amati della saga di Ken Parker.

Vi aspetto.

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