Hammer: Il gioco di Shamahir. E la fantascienza incontrò Salgari

Pirati spaziali, pazzi psicopatici, cyber-killer, terrori dell’inconscio, giochi di morte: il terzo capitolo di Hammer – scritto da Riccardo Borsoni e illustrato da Fabio Pezzi – vi trascinerà in una girandola di emozioni, avviando inoltre la prima svolta narrativa della saga fantascientifica targata Mondadori Comics.

Blog 24 settembre 2014 alle 12:00

Un nuovo formato – l’F423 – destinato, con la sua ampiezza, a dare risalto e respiro alle tavole disegnate; articoli di approfondimento e dossier creativi in appendice; cover inedite e spettacolari, realizzate, con tecniche pittoriche, da MOSi, nome d’arte collettivo che riunisce sotto un’unica firma i disegnatori Giancarlo Olivares, Gigi Simeoni e Majo.

Questa è la veste del mensile “Hammer”, il serial fantascientifico italiano rinato sotto il marchio Mondadori Comics. Una saga rivolta a tutti quei lettori in cerca di un fumetto ricco e dinamico, capace di restituire loro quel sense of wonder e quel gusto per l’avventura così come qualsiasi grande narrazione mainstream dovrebbe essere chiamata a fare.

Ideato da un ormai storico ensemble bresciano che comprende, oltre ai già citati Olivares, Simeoni e Majo, anche gli scrittori e sceneggiatori Riccardo Borsoni e Stefano Vietti, “Hammer” è giunto adesso alla sua terza uscita. Un albo settembrino sulle cui pagine trova posto l’atto conclusivo di una trilogia completa, iniziata a luglio con Doppia fuga e proseguita ad agosto con La caccia.

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La cover della prima edizione de “Il gioco di Shamahir” L’incipit de “Il gioco di Shamahir”

Il gioco di Shamahir – questo il titolo della storia – vede l’astrocargo Hammer giungere su Nuova Tortuga, un gigantesco satellite artificiale nascosto in uno degli angoli più inaccessibili del Sistema solare e il cui nome, come si può ben intuire, rimanda all’omonima, mitologica isola del Mar dei Caraibi che nel XVII secolo fungeva da approdo per le navi dei bucanieri (i cosiddetti Fratelli della Costa).

Qui, l’equipaggio della Hammer conta di rintracciare Jedediah Sullivan, un ladro doppiogiochista in possesso dei preziosi file contenenti i progetti di un motore per astronavi di ultima generazione. File sottratti alla corporation G&M grazie alle straordinarie abilità cibernetiche di Helena Svensson, una hacker che Sullivan aveva dapprima sedotto, non esitando poi – dopo il furto – a tradirla e ad abbandonarla nelle mani della polizia terrestre.

Riccardo Borsoni

Riccardo Borsoni

“Anche il soggetto de Il gioco di Shamahir è nato, come sempre, da una riunione creativa dell’intero Gruppo Hammer,” ci ha spiegato Riccardo Borsoni, sceneggiatore dell’albo. “Questo approccio al lavoro di ideazione ha contribuito a fornire alle vicende narrate nella saga una verve ‘possibilista’ e ‘casuale’ che ci ha permesso di trascendere i soliti riferimenti alla letteratura o alla filmografia fantascientifica.”

“Comunque,” ha proseguito Borsoni, “dopo aver, tutti quanti assieme, concordato gli eventi che avrebbero dovuto caratterizzare l’episodio, la scelta di affidare a me lo sviluppo della trama e della sceneggiatura è stata quasi automatica. Io propendevo per una scrittura drammatica e il fatto che la storia dovesse chiudersi in maniera tragica per alcuni dei co-protagonisti della serie, ha acceso la mia motivazione. L’obiettivo era quello di lasciare in vita solo un gruppo ristretto di personaggi principali, in modo tale che, a partire dal quarto volume della collana, i lettori si sarebbero trovati a seguire le azioni di una formazione ridotta, ma stabile. Decidere chi e come sarebbe morto, rappresentava, per me che amo le storie dai risvolti plumbei, un terreno fertile “

In effetti, dopo l’intermezzo, infarcito di sequenze picaresche e da space-opera, de La caccia, le atmosfere che permeano Il gioco di Shamahir sembrano riallacciarsi a quelle di Tradita! e di Doppia fuga, anche se con un appeal molto meno cyberpunk, maggiormente orientato a una rivisitazione dell’hard-boiled e del western. “Le atmosfere cambiano in continuazione nell’arco di sviluppo della saga,” ha specificato Borsoni. “La nostra intenzione è sempre stata quella di alternare storie più drammatiche con altri episodi più divertenti e ‘leggeri’. Insomma questa è una delle scelte ben meditate che connotano l’universo narrativo di ‘Hammer’.”

Se volessimo descrivere Il gioco di Shamahir potremmo definirlo come una versione distorta, dark, acida e priva di redenzione di film come Guerre Stellari e Il Ritorno dello Jedi, col bieco e psicopatico signore assoluto di Nuova Tortuga a fungere da Darth Vader della situazione (senza però la nobiltà latente nel personaggio di George Lucas) e Helena Svensson, Swan Barese e John Colter a reinterpretare – con modalità antieroiche – la principessa Leia, Luke Skywalker e Han Solo. Inoltre al posto della spada laser troviamo – non anticipiamo in che modo – una ben più inquietante katana che induce a reminiscenze di stampo tarantiniano: le estemporanee e sorprendenti azioni di Bruce Willis/Butch in Pulp Fiction e la furia vendicativa di Uma Thurman/La Sposa in Kill Bill.

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L’inferno di Nuova Tortuga in “Hammer” n.3

I protagonisti sono costretti, oltretutto, a percorrere – sperimentando un agghiacciante déja vu dei momenti vissuti in Doppia fuga – un infernale e labiritnico percorso, disseminato di stanze-trappola, che si sviluppa in verticale. Come i sotterranei di Raccoon City nel film Resident Evil, diretto nel 2002 da Paul W. S. Anderson, o gli spazi da incubo di Cube – Il Cubo, il cult movie girato nel 1997 dal canadese Vincenzo Natali. Due pellicole uscite, in ogni caso, dopo la prima edizione de Il gioco di Shamahir.

La cover del graphic novel "Moçambique Blues" © Kawama editoriale

La cover del graphic novel “Moçambique Blues” © Kawama editoriale

Borsoni – il cui ultimo script è quello per il graphic novel storico-avventuroso Moçambique Blues, pubblicato dalla Kawama editoriale – ci tiene tuttavia ad aggiungere: “La storia ha evidenti riferimenti ai romanzi avventurosi di Emilio Salgari. A parte il tema piratesco di fondo, il nome Shamahir richiama quello di personaggi quali Suyodhana – il malvagio avversario di Tremal-Naik e Sandokan ne I misteri della jungla nera, Le due tigri e I pirati della Malesia – o Sitama, il perfido bramino de La montagna di luce. La temibile tigre che appare al fianco di Shamahir intende invece omaggiare tanto l’universo indiano creato da Salgari che Bubastis, la lince geneticamente modificata posta da Alan Moore e Dave Gibbons accanto al megalomane Ozymandias di Watchmen.”

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La trasposizione cinematografica de “I misteri della jungla nera” La versione a fumetti de “Le due tigri” disegnata da Guido Moroni Celsi Il film tratto da “La montagna di luce” di Emilio Salgari
Massimo Girotti e Clara Calamai nel film "I pirati della Malesia"

Massimo Girotti e Clara Calamai nel film “I pirati della Malesia”

Ma qual è la visione dei personaggi principali della serie che intende portare avanti Borsoni, anche in relazione a quanto visto nel prologo Tradita!, da lui sceneggiato?

“Per quanto riguarda Helena, mi interessava che si emancipasse,” è la sua risposta. “Non tanto a livello economico, pur considerando che si dedica assieme ai suoi compagni di viaggio al ritrovamento dei progetti della G&M. No, Helena doveva emanciparsi dal suo legame-storia d’amore con Jed Sullivan. E volevo che lo facesse con un gesto violento e catartico. A mio parere, a Helena interessa poco recuperare i piani di sviluppo del motore interstellare. Quello che lei cerca è vendetta e giustizia nei confronti di chi ha tradito i suoi sogni e la sua dimensione romantica. Per questo ho costruito una scena dove ‘uccide Jed’ anche se solo in una proiezione dettata dalla sua mente drogata. Ecco, quello per me è il momento in cui Helena finalmente si emancipa.

E Colter, l’altro personaggio preferito di Borsoni? “Ci tenevo a far trapelare un poco del suo passato, svelare ai lettori chi fosse stato prima degli eventi di ‘Hammer’. Non un ‘gentiluomo di fortuna’ alla Corto Maltese, ma un vero bad-ass. Non un ‘uomo-violento-e-ottuso-perché-la-sfortuna-ha-deciso-così’, ma perché quella è la dimensione più adatta a sopravvivere nell’universo corrotto di ‘Hammer’. Non volevo il ‘cattivo-che-però-dopo-si scopre-che-è-buono-perché-ha-avuto-delle-sfighe-precedenti-e-quindi-si-redime’. John Colter ai miei occhi (e quante discussioni a questo proposito coi colleghi del Gruppo Hammer!…) è sempre stato uno stronzo e tale doveva rimanere con tanto di patente certificata (è uno capace di uccidere senza scrupolo alcuno coloro che gli stanno vicino). Trovo che questa sia la forza del personaggio.”

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Inganni e trappole ne “Il gioco di Shamahir”

Lo sceneggiatore e artista bresciano si concentra poi di nuovo sulla struttura generale de Il gioco di Shamahir: “Una volta stabiliti, con gli altri autori, i punti focali della narrazione, ho cercato di mettere in scena una sorta di ‘commedia degli equivoci’ in cui per ogni affermazione potesse valere anche il suo contrario, puntando a generare spettacolari colpi di scena che riuscissero a mettere idealmente KO i lettori. Insomma, un gioco del ‘vero o falso?’. Max Klinger, vecchio amico di Colter – e personaggio a cui ho attribuito il nome di un artista figurativo della corrente espressionista tedesca – è ancora affidabile o è un traditore? Mata è davvero solo la geisha di Sullivan o nasconde qualcos’altro? Colter è un alleato sicuro o può uccidere per necessità i suoi stessi compagni di avventura? Manola Ardiles ha rielaborato o meno il tragico e forzato distacco dalla sua amata Ezra, avvenuto su Doppia fuga? Qual è il destino di Nuova Tortuga? Lo stesso labirinto allestito da Shamahir è pieno di trabocchetti psicologici che sottintendono visioni più o meno vicine, più o meno distanti della realtà (morti e memorie che ritornano, strutture architettoniche che si spostano, caccia spaziali virtuali che possono obbligarti a giocare fino alla morte e così via).”

Borsoni – che è stato anche un designer e un copywriter pubblicitario, ha insegnato Sceneggiatura, Scrittura creativa e Storia del Fumetto e, attualmente, dirige la sede bresciana della prestigiosa Scuola Internazionale di Comics – ci tiene inoltre a soffermarsi sul lavoro compiuto dal disegnatore Fabio Pezzi.

Nato anch’egli a Brescia, nel 1961, Pezzi è stato uno dei co-creatori di “Full Moon Project”, la serie orrorifica che nel 1991 consentì alla maggior parte dei fondatori del Gruppo Hammer di entrare nell’industria professionistica del fumetto.

Reduce da “Hammer” e dal “Lazarus Ledd” della Star Comics, Pezzi è entrato successivamente nella scuderia Bonelli – casa editrice per la quale ha disegnato alcuni albi del poliziesco “Nick Raider” e del fanta-western “Magico Vento” – prima di intraprendere un percorso artistico che l’ha portato a illustrare alcune serie a fumetti del mercato transalpino. I suoi ultimi lavori sono infatti il dittico di Alamo – rievocazione della guerra tra USA e Messico della prima metà del XIX secolo – edito da Soleil, e Down Under, un outback western d’ambientazione australiana pubblicato con l’etichetta Glénat.

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Fabio Pezzi disegna “Down Under” © Glénat Una sequenza di “Alamo” illustrata da Pezzi © Soleil

L’apporto di Fabio a livello narrativo è stato caratterizzato dalla precisione con cui cura ogni minimo dettaglio,” ha spiegato Borsoni. “Questa sua attenzione ai particolari ha permesso a me e agli altri autori della serie di mettere a nudo alcune incoerenze della storia che poi sono state sistemate.

Tuttavia la pignoleria di Pezzi non contribuisce di certo a renderlo un fulmine di guerra nella realizzazione delle tavole disegnate. Per questo la sua produzione artistica non è, al momento, particolarmente vasta. Ed è un peccato, visto l’elevato livello qualitativo delle sue opere, tutte graziate da uno stile dinamico, ricco di eccitanti chiaroscuri, e da uno storytelling impeccabile.

Gli infernali meandri di Nuova Tortuga ne "Il gico di Shamahir"

Gli infernali meandri di Nuova Tortuga ne “Il gioco di Shamahir”

“E’ talmente ‘ordinato’,” ha ricordato Borsoni, “che quando si è trovato davanti le pagine di sceneggiatura che spiegavano come i protagonisti de Il gioco di Shamahir dovessero, a un certo punto, entrare in una vera e propria ‘stanza del tesoro’, come quella del drago Smaug ne Lo Hobbit, lui ha visualizzato quest’ambiente come se fosse un magazzino, con scaffalature tutte ben disposte, tanto che l’Ikea avrebbe potuto assumerlo subito come direttore della logistica! Scherzi a parte, considero Fabio come uno dei migliori disegnatori italiani ed è stato un onore lavorare con lui.”

 

(Si ringraziano Gigi Simeoni e Majo per il primo piano di Helena Svensson in apertura di post)

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