Hammer: in fuga nello spazio, sulle orme di Jack Vance e Dan Simmons

Giunta al secondo numero, nella nuova edizione targata Mondadori Comics, la serie fantascientifica di culto “Hammer” rimescola subito le carte in tavola, passando dalle atmosfere cyberpunk presenti nel primo capitolo a scenari da space-opera e al “senso di meraviglia” del techno-fantasy.

Blog 27 agosto 2014 alle 12:00

Hammer2-1Ce l’hanno fatta. La hacker Helena Svensson, il pilota Swan Barese e il desperado John Colter sono riusciti a evadere – assieme a un piccolo manipolo di galeotti – dal “carcere virtuale” collocato sul satellite Lazareth, cercando di far perdere le loro tracce nei meandri più nascosti del Sistema solare.

La loro vita non si preannuncia, tuttavia, facile, visto che un incrociatore dell’astroflotta militare terrestre si è già posto al loro inseguimento e che altre forze misteriose tramano nell’ombra, portando avanti, attraverso insospettabili pedine, un perverso gioco spionistico.

Ne La caccia, il secondo episodio di “Hammer” che potete trovare in questi giorni nelle edicole e nelle fumetterie, la posta in palio per i protagonisti della serie si fa ancora più alta, con l’ingresso in scena di avversari crudeli e pericolosi e l’avvicendarsi frenetico di situazioni al cardiopalmo.

La cover del numero 2 della precedente edizione di "Hammer"

La cover del numero 2 della precedente edizione di “Hammer”

Il team creativo de La caccia – formato dallo sceneggiatore Stefano Vietti e dal disegnatore Giancarlo Olivares – imprime una svolta radicale al mood della saga, mostrandoci l’altra faccia di “Hammer”, quella più guascona e avventurosa, meno legata al genere cyberpunk nudo e crudo e maggiormente aperta alle suggestioni della space-opera e del techno-fantasy.

In effetti “Hammer” è il frutto di una complessa (ma sempre briosa) mediazione tra due diverse idee narrative scaturite all’interno del gruppo di autori bresciani che ha concepito e sviluppato la serie. Da una parte, Riccardo Borsoni, Majo e Marco Febbrari, attratti da una definizione più dark e drammatica dei personaggi e delle ambientazioni; dall’altra Stefano Vietti, Giancarlo Olivares e Gigi Simeoni impegnati a sondare la caratteristiche più frizzanti e solari delle vicende.

1404912001hammer_cover_.1Visioni divergenti che hanno trovato un punto di equilibrio ottimale e che porteranno a continui cambiamenti di registro, talvolta anche estremi.

E’ probabile, infatti, che chi ha apprezzato Tradita! e Doppia Fuga – i due episodi pubblicati sul primo volumetto di “Hammer” – si troverà in parte spiazzato dai toni e dagli snodi narrativi presenti ne La caccia, in cui si passa in maniera repentina dai plumbei sprawl terrestri e dal claustrofobico inner-space di Lazareth alle astronavi in fuga, alle rotte interplanetarie, alle guerre stellari e alle colonie extra-mondo.

Giancarlo Olivares e Stefano Vietti

Giancarlo Olivares e Stefano Vietti

“Del resto lo richiedeva la storia,” ci ha spiegato lo scrittore e sceneggiatore Stefano Vietti, “perchè dopo l’evasione da Lazareth, i protagonisti scoprono che la fuga è solo all’inizio e quindi il racconto è destinato a prendere ritmo. A quel punto i fuggiaschi comprendono che non sarà così semplice far perdere le proprie tracce, soprattutto in un mondo altamente tecnologico. Giancarlo e io, entrambi amanti delle battaglie spaziali e dell’azione, ci siamo, insomma, ritrovati per le mani esattamente il soggetto che volevamo.”

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Tre tavole tratte da “La caccia”, l’episodio contenuto nel numero 2 di “Hammer”

“Nelle nostre intenzioni ‘Hammer’ doveva essere un prodotto corale, ma molto libero nelle tematiche e nel modo di affrontare le storie,” ha aggiunto il disegnatore Giancarlo Olivares. “Quando Stefano e io ci siamo messi a lavorare sulla definizione del racconto, abbiamo cominciato a tirare fuori idee e situazioni. A quel punto ci siamo resi conto che stavamo facendo virare la saga nella direzione di un concetto di space-opera assai vicino a quello delle opere del romanziere Jack Vance, uno dei giganti della fantascienza statunitense… e la cosa ci piaceva un sacco! Così abbiamo continuato su quella strada, ampliando al massimo le parti avventurose e rendendo il resto il più movimentato e divertente possibile. Col senno di poi, forse, il passaggio dal primo al secondo episodio deve essere risultato un po’ spiazzante per alcuni lettori della prima edizione. Ma ‘Hammer’ ha rappresentato e rappresenta anche questo: assoluta libertà creativa.”

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Le cover di alcuni romanzi di Jack Vance

Vietti – che per Mondadori ha in uscita il romanzo fantasy Dragonero, spin-off transmediale dell’omonima serie a fumetti da lui co-ideata per la Sergio Bonelli Editore – ha inoltre indicato un altro grande della fantascienza d’Oltreoceano: “Potrei fare decine di esempi o citare innumerevoli autori tra quelli che seguivo quando, insieme agli altri componenti del gruppo, ho incominciato a lavorare su ‘Hammer’. Ma nominerò solo Robert A. Heinlein e il suo Fanteria dello spazio perché, di certo, è l’opera che più ha influenzato la mia scrittura degli esordi e soprattutto il mio modo di vedere un racconto di fantascienza.”

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Il numero 0 di “Dragonero” © Sergio Bonelli Editore La cover di “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein nell’edizione Urania Collezione

E Olivares, che invece è una delle colonne grafiche del bonelliano “Nathan Never” (anche se tra non molto esordirà pure sul serial “Dragonero”)? La sua passione per la fantascienza denota basi più che solide: “Poco prima della realizzazione di ‘Hammer’ avevo appena scoperto Dan Simmons e il suo ciclo de I Canti di Hyperion, di cui ero assolutamente entusiasta. Fra gli altri miei numerosi autori di riferimento ribadisco l’importanza di Jack Vance e delle sue indimenticabili saghe avventurose. Sicuramente l’Enclave dell’Avvento Solare – la corrotta Chiesa nei cui intrighi incappano i protagonisti di ‘Hammer’ – deve molto alle strane invenzioni sociali di Vance…”

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Giancarlo Olivares disegna una tavola di “Nathan Never” © Sergio Bonelli Editore I primi due capitoli del ciclo de “I canti di Hyperion” di Dan Simmons

Vietti e Olivares condividono da alcuni anni, assieme al disegnatore Marco Checchetto (che sul numero 2 di “Hammer” targato Mondadori Comics, si esibisce in una splendida pin-up inedita), lo Studio VOC, un laboratorio per lo sviluppo di progetti a fumetti e multimediali. Inevitabile, pertanto, andare ad approfondire le radici di questo ormai lunghissimo sodalizio.

La caccia è una storia nata, come sempre, su un soggetto comune del gruppo creativo, perfezionato poi da me e da Giancarlo in fase di scaletta,” ci ha chiarito Vietti. “Abbiamo praticamente deciso insieme ogni cosa. Poi io mi sono occupato della sceneggiatura e lui dei disegni, ma con la piena libertà di impostare le tavole come meglio riteneva. Alla fine, a lavoro ultimato, ho fatto una revisione dei testi per ottimizzare il tutto.”

E Olivares ha confermato: “Sì, Stefano mi preparava una bozza di quello che sarebbe successo all’interno di una sequenza di tavole e io mi occupavo della suddivisione delle scene attraverso piccoli storyboard. Sulla base di questi, poi, Stefano costruiva i dialoghi compiendo, spesso, piccoli miracoli narrativi per ridurre certe parti testuali al minimo. Questo perché io volevo inserire continuamente scene di azione. Era un sistema all’americana, come quello in voga alla Marvel Comics durante gli anni Sessanta. Una cosa fantastica!”

“Il mio approccio, in fase di soggetto è sempre stato molto emotivo,” ha proseguito Vietti. “Per me ancora oggi la storia è pronta da scrivere quando dal soggetto emergono ben chiari i coinvolgimenti emozionali dei personaggi. Poi passo a ottimizzare i tempi del racconto in fase di scaletta e, infine, scrivo la sceneggiatura entrando in contatto con il disegnatore a livello tecnico, ovvero penso a ciò che scrivo come a qualcosa che poi verrà disegnato e mi regolo di conseguenza… studio le inquadrature, consiglio posture e espressioni, fornisco l’eventuale documentazione. Mi piace avere un controllo soprattutto sul fattore emotivo e sulla chiarezza del racconto.”

“Per quello che mi riguarda,” ha specificato Olivares, “quando è stata pubblicata la prima edizione di ‘Hammer’ ero ancora troppo inesperto per poter parlare di un approccio stilistico al fumetto. Avevo cominciato a lavorare come professionista solo tre anni prima, dopotutto. Il mio stile era ancora in evoluzione e le differenze tra Tradita! e La caccia ne sono un esempio. Guardavo tutto quello che mi piaceva e cercavo di buttarlo sui fogli nella maniera più efficace possibile.”

Ciò che più colpisce de La caccia è la densità narrativa: tre atti intensissimi in cui succede di tutto. Oggi, probabilmente, questa storia sarebbe divisa in due o tre capitoli…

“Il merito di ciò è di Giancarlo,” ha confermato Vietti, “perché ha una visione del racconto a fumetti molto dinamica. Nella sua mente tutto deve accadere subito, in fretta… ha voglia di disegnare continuamente situazioni nuove e spinge per inserirle. Se avessi scritto La caccia con un controllo totale sul racconto, sarebbe stato il primo di due albi… è andata benissimo così, dunque… la storia è densissima ed esplosiva… esattamente in linea col titolo.”

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Tre tavole tutta azione tratte dal numero 2 di “Hammer”

“In un certo senso, Stefano e io siamo stati costretti a concentrare un sacco di avvenimenti in un unico albo,” ha aggiunto Olivares. “I primi tre capitoli di ‘Hammer’ erano stati studiati per essere in stretta continuity. A noi era stata affidata la storia nel mezzo: avevamo il punto di partenza (dopo la fuga da Lazareth), quello di arrivo (i protagonisti all’inseguimento dell’ex-amante traditore di Helena) e un bel po’ di materiale da mettere dentro (battaglie spaziali, inseguimenti, sparatorie, personaggi strani…). Avremmo potuto ampliare certe parti a discapito di altre. Ma avevamo un bel po’ di idee e volevamo infilarle tutte in quelle novantaquattro tavole…”

E dopo La caccia?

“Dopo il terzo albo, Il gioco di Shamahir, la serie avrebbe dovuto virare verso lo sviluppo di storie più personali e così è stato…” ha concluso Vietti. “I soggetti venivano sempre e comunque discussi dal gruppo, ma col tempo ciascuno degli autori ha incominciato a prendersi più libertà… per cui ero coinvolto nei soggetti e nel controllo della continuity, ma, a partire dal quarto o quinto albo in poi, lo ero un po’ meno nelle sceneggiature vere e proprie.”

“Già,” ha ribadito Olivares, “nelle storie successive il lavoro del gruppo era soprattutto di controllo creativo. I vari soggetti venivano letti da tutti e poi ci scambiavamo consigli e critiche.”

(Si ringraziano Gigi Simeoni e Majo per il primo piano di John Colter in apertura di post)

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