Historica: “Ribelli”, la Rivoluzione americana disegnata da Andrea Mutti

Se “Fouché” degli italiani Bunker e Piffarerio è stato il primo volume di “Historica” a contravvenire alla presenza esclusiva dei prodotti provenienti dalla bande dessinée, “Ribelli” rafforza l’eclettismo della collana con un’avventura made in USA disegnata, però, da un talento nostrano. È l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Andrea Mutti.

Blog 2 dicembre 2015 alle 12:00

Il marchio della Dark Horse Comics

Il marchio della Dark Horse Comics

A duecentoquarant’anni esatti di distanza dalla Battaglia di Lexington e Concord, con la quale, il 19 aprile del 1775, si aprì la Guerra d’Indipendenza americana, la casa editrice Dark Horse, decana degli editori indipendenti d’Oltreoceano – col suo marchio hanno visto la luce opere come Sin City, 300, Hellboy, Concrete e The Mask – ha lanciato Ribelli, una serie a fumetti incentrata sugli eventi storici, sulle atmosfere, sui costumi e sugli ideali che hanno caratterizzato quel fondamentale periodo storico.

Una cover di "Ribelli"

Una cover di “Ribelli”

Autore della sceneggiatura e dei testi è Brian Wood, un cartoonist infaticabile ed eclettico, capace di spaziare tra il genere supereroistico (dall’intimista e personale Demo fino agli X-Men e al Moon Knight della Marvel Comics) e la fantascienza (dai postapocalittici DMZ e The Massive alle avventure space-fantasy di Star Wars, passando per il cyberpunk di Channel Zero); tra l’horror, lo sword & sorcery (le icone Conan il barbaro e Vampirella, il franchise di origine televisiva Supernatural) e, nient’affatto ultima, la storiografia ben documentata (come attesta Northlanders, serial della DC Comics/Vertigo basato sulle imprese dei feroci guerrieri normanni).

Brian Wood

Brian Wood

A contribuire graficamente alla realizzazione di Ribelli: La nascita degli Stati Uniti d’America è stato chiamato il quarantatreenne disegnatore bresciano Andrea RED Mutti, che con Wood aveva giù collaborato su Conan the barbarian e DMZ. Un team che, avvalendosi dei colori di Jordie Bellaire e delle evocative copertine dipinte da Tula Lotay, ha dato vita a un intenso graphic novel in sei parti che Mondadori Comics ha raccolto in un’unica soluzione sul trentasettesimo volume della collana “Historica”, disponibile ancora per qualche giorno nelle edicole (il numero 39, l’imperdibile Roma – La nascita della Città Eterna, uscirà venerdì 4 dicembre) e ordinabile nelle librerie, nelle fumetterie e negli store online.

Ribelli: La nascita degli Stati Uniti d’America è incentrato sul personaggio di Seth Abbott, un giovanissimo e taciturno colono del New Hampshire che lascia a casa l’orgogliosa moglie e un figlio che non ha nemmeno visto nascere per andare a combattere contro il nemico britannico tra le fila dei Green Mountain Boys, una milizia integrata all’interno dell’esercito coloniale guidato dal generale George Washington.

La storia costruita da Wood e Mutti è lineare e antiretorica, le gesta dei combattenti indipendentisti vengono tratteggiate con sguardo oggettivo, naturalista, senza enfasi e rinunciando a climax artificiosi. Trapelano, tra le righe, le particolarità dell’epoca: il senso del dovere di una generazione che, nel pieno dell’adolescenza, già era adulta, determinata e orientata a mettere su famiglia; le distanze e i pregiudizi che intercorrevano tra gli abitanti dei vari stati americani (l’aristocratico virginiano Washington detesta Abbott solo perché è un montanaro proveniente dalle cupe foreste del Nord-Est); la distanza sottile che divide il tradimento dalla legittima aspirazione alla libertà.

Ribelli: La nascita degli Stati Uniti d’America è, insomma, un’opera irrinunciabile, degna di figurare nella biblioteca di ogni appassionato di fumetti e di storia.

In occasione del lancio ufficiale del volume, all’ultima edizione di Lucca Comics & Games, Andrea Mutti è stato gradito ospite al nostro stand, non risparmiandosi nel disegnare sketch e firmare autografi al pubblico che li richiedeva.

Ne abbiamo approfittato per fare con lui – un entusiasta vulcanico, sempre pronto a ridere e a scherzare – una lunga chiacchierata vertente non solo su Ribelli, ma su tutta la sua carriera professionale e sui suoi progetti.

Andrea Mutti

Andrea Mutti

Mondadori Comics: Ciao, Andrea, e benvenuto sulle pagine del nostro blog. Scorrendo la tua cospicua bibliografia si nota che per circa un decennio, vale a dire dal momento del tuo esordio, all’inizio degli anni Novanta, fino al Duemila hai lavorato essenzialmente su storie horror e di fantascienza. Da “DNAction” e “Demon Story” fino a “Lazarus Ledd” e “Nathan Never”, passando, ovviamente, per “Hammer”, che noi di Mondadori Comics abbiamo ripubblicato di recente in un’edizione riveduta e corretta…

Andrea RED Mutti: “Sì, su ‘Hammer’ ho esordito col numero 9, Nemo Bassajen, giungendovi dopo alcune collaborazioni con case editrici minori… il gruppo Hammer era formato da Giancarlo Olivares, Riccardo Borsoni, Gigi Simeoni, Stefano Vietti e Mario “Majo” Rossi, ragazzi bresciani come me che conoscevo da tempo e che sono tutt’ora miei amici. Come potete immaginare, giocare in casa ha i suoi vantaggi! L’ambientazione molto vicina a Star Wars mi diede la possibilità di sperimentare su carta tutta una serie di simpatiche soluzioni.

Nemo Bassajen

Hammer n. 9
4,50 € 4,50 €

“Ero molto giovane e il mio stile grafico appariva piuttosto asciutto e spigoloso: ombre definite, contrasti forti… All’epoca mi trovavo alle prime armi con i retini adesivi, un’avventura di découpage che ricordo con divertimento. La cosa antipatica, invece, è che l’albo ho cominciato a disegnarlo poco prima che annunciassero lo stop della serie, quindi permane una certa amarezza di fondo… Purtroppo succede…. Fui chiamato a realizzare anche alcune tavole dell’episodio finale, L’ultimo sogno. ‘Hammer’ resta un passaggio fondamentale per la mia carriera, sia professionale che umana.”

MC: Poi, a partire dal 2001, hai cambiato radicalmente genere, dedicandoti a lungo quasi esclusivamente alla crime story (Break Point, Les brumes hurlantes, Nero) e al genere spionistico (S.A.S., Section Financière, I.R.$ – All Watcher, includendovi anche l’ibrido a sfondo esoterico La sindrome di Caino). Si tratta di una casualità oppure la tua è stata una scelta meditata, dettata da altre esigenze?

AM: “Direi che è stato il caso a farmi incontrare ciò che amo… I miei primi lavori di stampo noir e poliziesco per gli editori francesi mi hanno regalato grande entusiasmo. Le storie raccontate erano davvero nelle mie corde criminali [Risate, N.d.R.]… Ambienti putridi e malati dove si incontrava incontrava la peggiore feccia del pianeta… Un torbido intrigo di coincidenze che ha portato a successi talvolta del tutto inaspettati come Break Point o Arrivederci amore, ciao, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Carlotto… Mi ci trovavo alla grande in quel genere, sperimentandovi diverse forme stilistiche che, spero, abbiano divertito i lettori.”

MC: All’inizio del secondo decennio degli anni Duemila si nota, poi, un tuo ritorno alle trame fantastiche, attraverso le serie supereroistiche di Marvel e DC Comics, la fantascienza post-apocalittica di DMZ e Mad Max: Fury Road o il franchising a fumetti di Star Wars. Un riavvicinamento che, lo si nota, avviene in concomitanza col tuo ingresso nel mercato statunitense, dopo che ti eri interessato principalmente a quello della bande dessinée francese. Cosa ha comportato questo “salto” al di là dell’Atlantico in termini artistici e di storytelling?

AM: “Be’, da quell’altra parte del mondo ti ritrovi a fronteggiare il mito del supereroe e con esso altre icone pop come quelle che già ricordavate voi: Star Wars o Mad Max. Devo ammettere che tutto questo elettrizzerebbe chiunque: io per primo, quindi! [Ride, N.d.R.] Dal punto di vista stilistico è stata ancora una volta una bella sfida: ho cercato nuove vie e l’impatto con la pagine ad ampissimo respiro regala una bella sensazione, una libertà tipica di quella terra graziata da un territorio che modifica i tuoi concetti di grande e di lontano… Lo storytelling americano è più aggressivo, più dinamico e meno teatrale… cosa diversa da quanto accade in Francia o in Italia, ecco.”

MC: Ribelli: La nascita degli Stati Uniti d’America rappresenta, se non ci sbagliamo,, il tuo primo lavoro vertente su un’epoca non contemporanea, con la presenza di personaggi in costume. Ci puoi spiegare in che modo ti sei relazionato con lo sceneggiatore Brian Wood in termini di collaborazione artistica? Lo stile widescreen della storia – con vignette allungate in orizzontale e in verticale – è stato definito in via preliminare? Inoltre, come ti sei documentato?

AM: “In realtà arrivavo – è proprio il caso di dirlo [Ride, N.d.R.] – da Campus Stellae: Sur les chemins de Compostelle (“Campus Stellae: Sulle strade di Santiago di Compostela”), una serie francese d’ambientazione medievale realizzata poco tempo prima. Ribelli, quindi, è il mio secondo “bimbo” in costume… [Risate, N.d.R.] Con Brian Wood siamo amici da un po’ e devo ammettere che è stato “facile”, nel senso che se hai un feeling con uno scrittore, tutto diventa smoother & easy peasy… Brian mi ha fornito un sacco di materiale e io, di contro, mi sono mosso di conseguenza. Devo dire che quel periodo e quella storia mi erano già parecchio familiari, non ero – come dire? – del tutto impreparato all’impresa! Per quanto riguarda il discorso grafico, è ricaduto tutto nelle mie mani, anche se sono sempre stato pronto a discutere e ad ascoltare suggerimenti per pervenire alle soluzioni migliori. Tutto il team creativo ed editoriale è stato di grandissimo supporto. Una figata lavorare così!

MC: In rete e su FB si trovano delle divertenti fotografie di te che indossi cappelli del Settecento e impugni armi d’epoca. Quindi hai usato te stesso come modello per le scene che hai realizzato…

AM: “Esatto, ho fatto qualche acquisto per rendermi conto da vicino di alcuni dettagli importanti. Inutile dire che è anche parecchio divertente: quindi, figuratevi! [Risate, N.d.R.]. Questo mio modo di ‘giocare’ con la documentazione ha fatto nascere diverse curiosità e ho ricevuto graditissime critiche positive per questo o quel dettaglio da persone che gestiscono musei, da militari, da appassionati della Rivoluzione americana. Mi ha fatto piacere, insomma, e nulla era studiato. Quando ti diverti le cose nascono poi da sole.”

MC: Rispetto a diversi tuoi lavori precedenti si nota, in Ribelli, una tendenza del tuo tratto verso uno stile sospeso tra impressionismo e deformazioni espressioniste, fatto di linee sempre più sottili se non addirittura aperte e un sapiente impiego delle ombreggiature. Ci vuoi parlare del modo in cui si evolve il tuo approccio al lavoro di illustratore e di fumettista?

AM: “Sono un tradizionalista di ferro! Non uso tavolette grafiche e tecnologie varie, se non le foto di riferimento per ombreggiature e ambienti. La cosa che più mi stava a cuore era rendere il clima del periodo, dove, per esempio, nessuno andava in giro pulito come se indossasse un costume da carnevale. Ho cercato di rendere la vita dell’epoca così come era, vale a dire durissima. Quindi, dopo il lavoro di layout, procedevo con le matite e poi con l’inchiostro, che diventava deciso o soft a seconda di cosa si stava raccontando. Il quarto capitolo si svolge in un ambiente di guerra, ricco di fumi e sangue, molto diverso dalla pace boschiva presente nelle altre parti della storia…”

MC: Hai collaborato attivamente alla definizione dei colori di Ribelli oppure la colorista, Jordie Bellaire, ha proceduto in maniera autonoma?

AM: “Credo che Jordie sia talmente brava da avere bisogno di poco per azzeccare i colori… Giusto due dritte qui e lì. Le tavole erano splendide al primo colpo!”

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Jordie Bellaire

MC: In termini visivi sei sempre stato molto legato a uno stile “cinematico”. I tuoi disegni hanno fatto parte integrante di uno dei momenti più dinamici di un famoso videoclip dei Bluvertigo, Altre F.D.V, e, in ambito fumettistico, hai realizzato trasposizioni a fumetti legate ai film horror di Romero, al Mad Max di Miller, alle detective story della serie TV Castle, ai cicli di Star Wars e alla trilogia di Millennium scritta da Stieg Larsson, nel momento in cui i romanzi che la costituiscono venivano adattati per il Grande schermo. Che cos’è per te il cinema?

AM: “Il cinema è ispirazione, intrattenimento, documentazione, curiosità: in una sola parola, una grande passione. È un mondo grandioso dove mi trovo spessissimo a vivere, e contamino tutta la famiglia con questa cosa…! Per fortuna ho un seguito che versa in condizioni quasi peggiori delle mie! [Ride, N.d.R.] La magia del cinema rimane intatta ed essenziale!”

MC: Segui anche serie TV?

AM: “Che fumettaro sarei altrimenti!” [Risate, N.d.R.]

MC: In tal senso, che cosa ha attirato la tua attenzione negli ultimi tempi? Hai visto la miniserie Sons of Liberty, prodotta da History Channel, che parla proprio dei prodromi della Rivoluzione americana?

AM: “Certo che l’ho vista. Niente male, anche se Turn: Washington’s Spies, sull’attività del Culper Ring, di fatto il primo servizio segreto americano, era di gran lunga migliore. Guarda, ho seguito e seguo davvero tanto: Il Trono di spade, Sons of Anarchy, The Americans, Black Sails, Fringe, Dexter, Homeland, Lost, Gotham, Flash, Arrow, Daredevil…Non ho limiti, ma ammetto che se dopo cinque o sei puntate una serie non mi acchiappa, ho il coraggio di smettere. Magari ci riprovo in seguito!”

MC: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

AM: “Sto lavorando a una miniserie di un grande, se non addirittura mostruoso personaggio del cinema. Non posso svelare altro per ora. Inoltre sto disegnando, sempre su sceneggiature di Brian Wood, Rome West, una serie di genere ucronico appena annunciata da Stēla, una piattaforma di comics digitali diretti alla fruizione su apparecchiature mobili (tablet, smartphone, ecc.). Poi, be’, non posso sbilanciarmi per adesso.”

MC: Ti piacerebbe tornare a lavorare per qualche editore italiano?

AM: “Certo! sono rimasto in contatto con casa Bonelli, che è l’editore che mi ha cresciuto. Un ritorno all’italiana mi piacerebbe. Vedremo!”

MC: Grazie per esserti intrattenuto con noi, Andrea!

AM: “Alla prossima!”

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