I misteri di Docteur Mystère: a colloquio coi creatori, Alfredo Castelli e Lucio Filippucci

Finalmente raccolte in un unico volume cartonato e a colori le prime tre avventure di Docteur Mystère, nate originariamente come spin-off della collana “Martin Mystère, detective dell’impossibile” e proposte adesso in versione autonoma.

Blog 25 marzo 2015 alle 12:00

COP-DocMystereUn volume di 160 pagine a colori comprendente tre storie complete e un ricco apparato redazionale, corredato di molte illustrazioni, che le introduce e che ne analizza risvolti e citazioni nei minimi dettagli.

Così si presenta Docteur Mystère, la prima raccolta integrale delle scatenate avventure interpretate dall’eponimo personaggio di culto scaturito dalla fantasia del vulcanico Alfredo Castelli e affidato alla sapienza grafica del disegnatore emiliano Lucio Filippucci. Un libro prezioso – disponibile, a partire da dopodomani, nelle edicole, nelle librerie, nelle fumetterie e negli store online – che consente ai lettori di godere appieno, in un’unica soluzione, in una veste del tutto nuova e assai suggestiva, di tre veri e propri romanzi grafici capaci di reinventare i mondi fantastici di Jules Verne, di H.G. Wells e di Emilio Salgari, fondendoli in sapidi pastiches, carichi di trovate narrative, di verve parodistica e di spunti satirici.

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© Mondadori Castelli/Filippucci

Un universo steampunk dove una straordinaria e onnipresente tecnologia retro-futuristica riesce a rinnovare la visione storica di città come Parigi e Milano, consentendo, inoltre, al protagonista – il geniale Docteur Mystère, scienziato ed esploratore, sempre accompagnato dal fido e giovanissimo assistente Cigale – di spostarsi nelle più disparate dimensioni esotiche, dalle giungle indiane infestate di spietati thugs ai crateri della Luna, popolati da una bizzarra civiltà selenita.

Ma delle particolarità de I misteri di Milano, La guerra dei mondi e Gli orrori della Giungla Nera abbiamo parlato con gli autori, Alfredo Castelli e Lucio Filippucci, e con uno dei coloristi del volume, il bolognese William Bondi.

Mondadori Comics: Alfredo, com’è avvenuta da parte tua la scoperta delle opere di Paul Deleutre, alias Paul d’Ivoi, creatore nel 1899 del Docteur Mystère, protagonista di un romanzo “alla Jules Verne” da te in seguito adottato e trasformato in una sorta di Barone di Münchhausen steampunk?

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Alfredo Castelli © Sergio Bonelli Editore

Alfredo Castelli: Sono un topo di librerie antiquarie, e, visitandone una a Saint-Rémy-de-Provence, nel 1994, ho notato il volume Le Docteur Mystère di Paul d’Ivoi, un autore di cui conoscevo soltanto il nome. Il titolo mi ha incuriosito per la sua assonanza con Martin Mystère, protagonista della mia serie più longeva. L’ho acquistato e letto la sera stessa, trovandolo, a dire il vero, abbastanza noioso. Ma da lì mi è venuta l’idea di imparentare il protagonista con Martin Mystère, cosa non semplicissima visto che il Docteur Mystère era un principe indiano. Ci sono riuscito nel 1996, nel racconto Affari di famiglia (pubblicato sui numeri 174 e 175 della collana “Martin Mystère”, edita dalla Sergio Bonelli Editore), in cui sono riuscito a miscelare le due saghe, quella letteraria (che comprende diversi romanzi) e quella fumettistica, in modo “credibile”. In quella storia realizzata per la serie regolare, il personaggio manteneva ancora le caratteristiche un po’ austere che possedeva nel romanzo di d’Ivoi. Qualche anno dopo ho deciso di renderlo protagonista di un ciclo autonomo per l’annuale “Almanacco del Mistero”, su cui è apparso dal 1998 al 2004. Mi sono divertito a immaginare che il Docteur Mystère amasse scrivere finti diari pieni di invenzioni ed esagerazioni e che Martin Mystère ne ricevesse in dono uno ogni anno, da un parente inglese che li aveva rinvenuti nella biblioteca di famiglia. Lucio Filippucci ha realizzato un nuovo design del personaggio e dei comprimari, tra cui l’austriaco generale Radetzky e il suo cattivissimo (e a me simpaticissimo) topo. Il serioso Docteur è divenuto così – come voi avete detto – una sorta di Barone di Münchhausen.

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© Sergio Bonelli Editore

MC: Nei primi due capitoli della saga di “Docteur Mystère” non solo tu e Filippucci anticipate il pastiche steampunk de La Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore e Kevin O’Neill, ma addirittura alcuni suoi personaggi e tematiche. Nel corso della prima avventura de La Lega degli Straordinari Gentlemen, datata 1999, i due autori britannici avevano fatto scontrare i loro antieroi con il professor Moriarty e il diabolico Fu Manchu in una Londra messa a ferro e fuoco. Tu e Filippucci, ne I misteri di Milano, avevate fatto la stessa cosa un anno prima, contrapponendo al Docteur Mystère e al suo attendente Cigale, proprio Fu Manchu e il generale Radetzki in un ruolo simile a quello dell’arcinemico di Sherlock Holmes. Il tutto in un capoluogo lombardo trasformato in un campo di battaglia. Stessa cosa col secondo episodio La Guerra dei Mondi, che rivisita in maniera assi libera il canone di H.G. Wells – integrandolo con le fantasmagoriche visioni di Jules Verne – qualche anno prima che lo facessero anche Moore e O’Neill per la seconda avventura della Lega. Allora è proprio vero, come tu stesso sostieni in un racconto interpretato dal tuo Martin Mystère, lo special fuori serie Come un libro stampato, che le idee circolano nell’aria e che esiste una biblioteca invisibile alla quale, in certi momenti storici, tutti possono attingere?

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 © Mondadori Castelli/Filippucci

AC: A domanda lunghissima, risposta brevissima: sì, è proprio vero. In realtà credo che chi fa lo stesso lavoro e proviene dallo stesso mondo – in questo caso l’Europa: Alan Moore è difatti inglese – condivida quantomeno alcuni gusti. Tra questi, per un autore seriale, l’amore per i feuilleton o romanzi a dispense o d’appendice o comunque li si voglia chiamare: tra i pochi prodotti, non solo editoriali, comuni alla maggior parte dei Paesi del nostro continente. I romanzi popolari hanno in molti casi precorso il fumetto presentando personaggi ricorrenti e fortemente caratterizzati.

A un certo punto, senza comunicare né copiarci l’uno con l’altro, abbiamo deciso che era il momento di dare il nostro tributo a un genere a cui dobbiamo molto. Moore ha scritto una storia di taglio eminentemente avventuroso, ma carica di ironia, io con un sapore più ironico, ma denso di avventura. In entrambi i lavori si può percepire un grande affetto per le opere un po’ ingenue, ma ricche di fantasia che hanno fatto sognare i nostri bisnonni.

MC: Nel primo episodio di Docteur Mystère, trova posto anche una sorta di presagio della Milano contemporanea, contraddistinta dalla forte presenza di una popolazione di etnia cinese: una mutazione sociale portata di recente alla ribalta, nell’ambito del fumetto, da una serie come “Long Wei”, ideata da Diego Cajelli e pubblicata dall’Editoriale Aurea. Una presenza, quella cinese – in cui spicca la figura del furbo e traffichino Ch’ing K’wai che ritorna anche nei successivi capitoli, con esiti esilaranti.

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 © Mondadori Castelli/Filippucci

AC: Grazie per quell’esilaranti. Il cinese Chin’Ghei o Ch’ing K’wai è il personaggio più vecchio della serie, in quanto è nato parecchi anni prima che scoprissi il romanzo di d’Ivoi. A un certo momento, negli anni Ottanta, Milano ha cominciato a diventare multietnica come Londra, Parigi o New York, e la cosa mi ha affascinato. Ho preparato un libretto sui ristoranti esotici della città e una serie di articoli poi pubblicati da la Repubblica. È stato allora che mi è venuto in mente di creare una serie ambientata nel capoluogo lombardo, verso la fine Ottocento, il cui protagonista era, appunto, Cin’Ghei, uno dei pochi cinesi che allora vi risiedevano. Rimanda oggi, rimanda domani, alla fine ho utilizzato Cin’Ghei come comprimario di Docteur Mystère, attribuendogli connotazioni umoristiche e assai poco politically correct che non possedeva nel progetto originale. Non a caso il primo episodio è ambientato proprio a Milano. E comunque non ho ancora abbandonato l’idea di realizzare una serie “milanese”.

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 © Mondadori Castelli/Filippucci

MC: Il personaggio del Docteur Mystère nasce a metà degli anni Novanta, in un momento in cui la tua presenza come sceneggiatore in “Martin Mystère” si andava rarefacendo per lasciare posto a quella di supervisore. Si tratta di un caso?

AC: Il Docteur Mystère ha costituito un modo per uscire un po’ dal mondo super-documentato del “Detective dell’Impossibile” e di compiere una sorta di vacanza in assoluta libertà. Per di più io sono “nato” come autore di racconti umoristici: ho continuato serie di altri – come Pedrito el Drito, Piccola Eva, Cucciolo – e ne ho create di mie come Zio Boris, Tilt e l’immortale Omino Bufo. Docteur Mystère mi ha dato modo di tornare a quel tipo di narrazione che ogni tanto mi piace rivisitare. Lo faccio tutt’ora con le avventure “alternative” del “Martin Mystère degli anni Trenta” che escono a cadenza più o meno annuale.

MC: Nel 2003, dopo la prima pubblicazione di Docteur Mystère nell’“Almanacco del Mistero”, tre racconti del personaggio sono ritornati in altrettante ristampe rimontate in albi cartonati a colori nel classico format transalpino (quelle che il nostro volume raccoglie insieme). Come mai questa scelta?

AC: L’idea era quella di rendere il prodotto più vendibile sul mercato internazionale, in quanto il “formato francese” è diffuso in molti paesi: la serie cartonata è uscita in effetti in Francia, Spagna (Paesi Baschi), Germania, Olanda, Brasile, Stati Uniti, Serbia, Croazia, Slovacchia e da qualche altra parte che ora non ricordo. L’accoglienza è stata “discreta”, termine che non significa “entusiasmante” ma neppure “negativa”: insomma, ci ritenterei.

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 © Mondadori Castelli/Filippucci

MC: Al di là della cornice testuale d’approfondimento che arricchisce il volume integrale italiano, hai operato ottimizzazioni del testo rispetto alle prime edizioni delle storie?

AC: Poche (l’eliminazione di qualche refuso e la sistemazione del lettering qua e là) rispetto alle edizioni “alla francese” che il volume targato Mondadori Comics contiene. Molte, invece, rispetto alla prima uscita all’interno dell’“Almanacco del Mistero”. Dai racconti sono state tolte le premesse in cui Martin Mystère riceveva dal suo zio inglese i manoscritti del suo antenato, in modo da renderli indipendenti da un personaggio del tutto sconosciuto in molti Paesi. Ne I Misteri di Milano ho corretto alcune falle logiche di cui nessuno, per fortuna, si è mai accorto. Ne La guerra dei Mondi ho inserito l’episodio della morte di Radetzky, che in realtà si trovava in un’altra storia non pubblicata in volume. Anche i disegni hanno subito modifiche e aggiunte dovute al nuovo formato e alla nuova cadenza delle pagine.

MC: E per il futuro?

AC: Esistono ancora due racconti da trasformare in formato album. Uno di essi impone l’aggiunta di numerose pagine. Stavo poi scrivendo un romanzo breve a puntate per la rivista Poe – Criminal Magazine, ma purtroppo le pubblicazioni si sono interrotte. Era abbastanza divertente e mi piacerebbe concluderlo. E chissà che un giorno non ritorni anche il Docteur Mystère a fumetti, con episodi inediti!

MC: Mentre accogliamo tra noi il tuo collega, Lucio Filippucci, ti ringraziamo per esserti intrattenuto con noi.

AC: By Jove e Bon Dieu de la France, il piacere è stato tutto mio!

MC: Lucio, metabolizzare la documentazione richiesta per visualizzare il mondo del Docteur Mystère deve aver richiesto, di volta in volta, uno sforzo enorme. Sforzo dal quale è comunque derivato un lavoro di prim’ordine che riesce davvero a ricreare le atmosfere reali e le visioni fantastiche della Belle Epoque.

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Lucio Filippucci

Lucio Filippucci: In generale, quello dell’acquisizione della documentazione necessaria per disegnare una storia è sempre stato un problema per ogni disegnatore. Fino ad alcuni anni fa, reperire il materiale comportava interminabili pellegrinaggi in libreria o in biblioteca, se già non si possedeva il necessario nel nutrito archivio di casa. Ora, dopo l’avvento di Internet non è più necessario. È tutto a portata di tastiera. (e, dal mio punto di vista è uno dei pochi vantaggi che questa diavoleria apporta al mio lavoro, ma qui si entra in un altro discorso).

Devo dire che l’epoca in questione, l’Ottocento, mi è sempre stata molto congeniale e quindi ho avuto gioco facile nel rendere le atmosfere, gli arredi o l’abbigliamento perché più o meno era già tutto nella mia testa. Ho dovuto documentarmi molto, invece, per tutte quelle parti in cui le storie erano ambientate in situazioni particolari, da rendere in maniera dettagliata perché tali nella realtà storica, come i navigli (che ho ricavato dai quadri del pittore romantico Angelo Inganni) ne I Misteri di Milano o la residenza di sir James Brooke a Sarawak (che ne Gli orrori della giungla nera ho riprodotto in maniera fedelissima all’originale). Per fortuna il più delle volte, pur dovendo illustrare citazioni e personaggi storici (o leggendari) ho potuto lavorare di fantasia.

MC: Alla linea grafica più sottile e controllata dei primi due episodi, I misteri di Milano e La Guerra dei Mondi, corrisponde un terzo capitolo, Gli orrori della Giungla Nera, contraddistinto da un segno maggiormente mosso, più selvaggio. Gli inchiostri creano un effetto ancora più drammatico. E tra l’altro, i colori di William Bondi donano al tutto un effetto a tratti psichedelico.

LF: Lo stile per forza di cose muta un po’ nel tempo. Ho sempre amato la ligne claire dei grandi maestri francesi e penso che questa matrice sia un elemento che contraddistingue il mio stile. Accanto a questa influenza, però, mi sforzo di adattare la pennellata, il rapporto tra bianchi e neri, la forza o la sottigliezza del segno, alla storia che devo disegnare.

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 © Mondadori Castelli/Filippucci

MC: In origine, le storie di Docteur Mystère erano proprio in bianco e nero. Hai fornito precise indicazioni ai coloristi che sono successivamente intervenuti ad arricchire, con la loro tavolozza cromatica, le tue tavole?

LF: Gli amici coloristi hanno svolto un ottimo lavoro. Sia io che Castelli abbiamo fornito qualche indicazione, soprattutto per particolari specifici. Per esempio, il razzo spaziale di Tintin che appare in una vignetta de La guerra dei mondi e che doveva avere gli stessi colori iconici con cui viene rappresentato negli albi Obiettivo Luna e Uomini sulla Luna di Hergé. Abbiamo, poi, indicato un tipo di colorazione che non presentasse particolari sfumature, in quanto, essendo appunto i disegni nati in bianco e nero, fattore che già fornisce volumi e contrasti, un’enfatizzazione cromatica sarebbe risultata controproducente.

MC: A questo punto tocca a te intervenire, William…

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Autoritratto di William Bondi

William Bondi: come ha anticipato Lucio, il problema principale del lavoro eseguito su Docteur Mystère: Gli orrori della Giungla Nera ha riguardato il fatto che la storia è nata per il bianco e nero, per cui le atmosfere notturne, le ombre, le profondità sono determinate dal nero. Il segno e lo spessore preciso di Lucio sono volti a chiudere la figura e ciò ha determinato il limite del colore. Questi tipi di problematiche richiedono un paziente lavoro da parte del colorista: luci e profondità devono essere gestite in maniera molto diversa dal solito, utilizzando in genere colori piatti o perlomeno colori che abbiano meno sfumature. L’opposto, cioè, di quanto sono abituato a fare.

La mia esperienza lavorativa – che nasce sul tavolo da disegno – l’ho voluta trasferire sul computer. E per fare questo ho studiato il modo di implementare pennelli personalizzati da me che mi dessero l’impressione di un lavoro realizzato direttamente su carta. Difficilmente faccio riempimenti a secchiello, ogni tinta è pennellata. Risultato? Il colore appare meno lucido, ma più morbido e pittorico.

Nel lavoro eseguito su Docteur Mystère contrasti con Alfredo e Lucio riguardanti scelte coloristiche e stilistiche non ne sono emersi, per cui ho potuto mixare la mia tecnica tradizionale con quella che occorreva a valorizzare il segno chiuso del disegnatore.

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 © Mondadori Castelli/Filippucci

MC: Grazie per il tuo intervento, William…

WB: Grazie a voi per avermi interpellato e avermi permesso di partecipare all’evento editoriale che coinvolge Alfredo, Lucio e la loro opera!

MC: Lucio, torniamo a noi: come mai…

Non ditelo, voglio anticipare la vostra domanda: perché non ho colorato personalmente i racconti? Amando alla follia il colore avrei fatto carte false per poterlo fare, ma non è stato possibile. I tempi di lavorazione e altri impegni sui quali sono perennemente e congenitamente in ritardo me lo hanno impedito.

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Cover inedita di “Docteur Mystère” © Alfredo Castelli/Lucio Filippucci

MC: Un’ultima curiosità, allora: rispetto alla prima pubblicazione, in cui le vignette erano collocate su tre strisce, nel classico format Bonelli, questa edizione di Docteur Mystère è contraddistinta dalla disposizione su quattro strisce. Sono state, cioè, riassemblate nel format francese. Il risultato ci appare notevole, addirittura superiore all’originale, sembra restituire ai lettori il fascino di una rivista giornale degli anni Trenta e il ritmo delle Sunday strips di quegli stessi anni. Quale impegno ti ha richiesto?

LF: Convengo sul fatto che il risultato del rimontaggio sia di grande effetto. I complimenti però vanno fatti ad Alfredo Castelli che con un certosino lavoro di “taglia e cuci” ha rimontato tutto, vignetta per vignetta.

MC: Be’, a questo punto viene da esclamare anche a noi: “By Jove e Bon Dieu de la France!”. Formate un’accoppiata perfetta!

LF: È un complimento che fa piacere ricevere.

MC: Non ci resta che ringraziare anche te per questa bella chiacchierata, Lucio.

LF: Grazie a voi tutti!

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