Dottor Ricciardi e Mister Iko, così nasce l’arte di “Tenebre”

Tenebre, la spettacolare saga heroic-fantasy scritta da Christophe Bec e disegnata con stile mozzafiato da Iko che vi proponiamo questo mese all’interno della collana “Fantastica”, è riuscita fin da subito a catalizzare l’attenzione della critica e del pubblico d’Oltralpe. Ma chi si cela dietro lo pseudonimo di Iko? Scopriamolo insieme.

Blog 30 aprile 2014 alle 12:00

Giuseppe "Iko" Ricciardi al lavoro

Giuseppe “Iko” Ricciardi al lavoro

“Ricordiamoci che foste voi a consigliarmi di guardare per la prima volta la serie animata de I Simpson senza preconcetti. E in quel momento mi apriste un mondo.”

Le parole con cui Iko ci accoglie ci riempiono d’orgoglio: se siamo stati in grado di contribuire, seppur in maniera infinitesimale, al fiorire di un talento artistico e professionale come il suo, allora possiamo sorridere felici e soddisfatti.

Lo ricordiamo quel biondo adolescente, mentre conversavamo nella hall di un albergo di Lucca nei giorni di una kermesse fumettistica di oltre vent’anni fa. Già allora appariva come un ragazzo entusiasta e curioso, con dei gusti personali che lo portavano a demolire, in un impeto punk, il tratto di tutti quei maestri del fumetto di cui non comprendeva la portata storica. Un male, sicuramente. Ma, sotto diversi aspetti, anche un bene, se questo atteggiamento è accompagnato dalla volontà di cercare una strada autonoma, libera da schemi prefissati.

All’epoca I Simpson, serial TV trasmesso da poco tempo dalle reti Mediaset, rappresentava una specie di oggetto volante non identificato di difficile comprensione che faceva saltare tutti i parametri di target e ogni convenzione narrativa a cui gli italiani erano abituati. Ma non sono pochi coloro che hanno saputo trarre ispirazione e forza da quella ventata di novità.

Seduti a chiacchierare sulle poltrone di quell’albergo toscano, non immaginavamo di certo che quel ragazzo napoletano che ci si era presentato come Giuseppe Ricciardi si sarebbe trasformato, quattro lustri dopo, nel fantomatico Iko, un disegnatore capace di conseguire, in Francia, il premio come “Migliore Rivelazione” al Festival della bande dessinée di Chambéry, secondo per fondazione e importanza solo a quello di Angoulême. Un riconoscimento conseguito accanto a Philippe Jarbinet, che la giuria di Chambéry insignì nello stesso anno, il 2010, del premio come “Miglior Sceneggiatura” per il ciclo bellico Airborne 44, titolo pubblicato in Italia da Mondadori Comics sulla collana “Historica”, anche se il capitolo più recente – intitolato Imperativo sopravvivere – comparirà, quest’estate, su “Prima”.

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Il palmarès del Festival di Chambéry. Iko è il secondo in piedi da sinistra. In ginocchio, con la camicia a quadri bianca e azzurra, Philippe Jarbinet. La statuetta premio del Festival di Chambéry

Quindi Giuseppe – ormai maturo quarantenne, con dei tratti somatici che lasciano immaginare antiche ascendenze normanne – è oggi un autore affermato e richiesto che, dopo gli esordi italiani e diversi anni di permanenza su “Brendon”, collana fantasy d’ambientazione post-apocalittica pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore, ha scelto i territori transalpini come patria d’adozione. Una patria solo ideale, certo. Perché Giuseppe continua a vivere e a lavorare a Napoli, dove lo raggiungiamo per scambiare ancora una volta quattro chiacchiere, quasi a riannodare – nonostante i contatti via telefono, tramite e-mail o in occasione delle fiere del fumetto non siamo mai venuti meno – i fili della nostra lontana conversazione lucchese.

Iko 4Allora Giuseppe, quando e come hai incominciato a disegnare fumetti?

Da appassionato, abbastanza presto, intorno ai sedici anni. Leggevo “Dylan Dog” e mi piaceva lo stile Bonelli. All’epoca a Napoli non esistevano scuole che insegnavano le tecniche del fumetto, quindi i miei inizi furono, non senza qualche difficoltà, da autodidatta.

Fortunatamente frequentando l’Accademia di Belle Arti incominciai a fare conoscenza con altri appassionati e con persone che mi diedero un quadro più chiaro su come funzionava questo lavoro. Tra gli altri, Mario Punzo che, oltre fornirmi i primi contatti lavorativi, da lì a qualche anno avrebbe fondato la Scuola Italiana di Comix di Napoli dove poi avrei insegnato per un certo periodo.

Quali artisti del fumetto e dell’illustrazione ti hanno alfine influenzato?

Lo sapete già, non credo di essere mai stato un grande appassionato di autori di fumetti. Quando ho incominciato il fumetto per me era solo Bonelli. Le copertine di Claudio Villa per “Dylan Dog” rappresentarono un imprinting importante e per molti anni l’ho sempre considerato come un riferimento imprescindibile su come si dovesse disegnare. Poi, aprendomi un po’ al mercato, ho iniziato a conoscere gli autori internazionali – francesi, giapponesi, americani – e ad apprezzarne le diversità rispetto agli standard ai quali ero abituato. A quel punto compresi che esisteva la possibilità di uscire da certi schemi stilistici e di impostazione delle tavole.

Quali esperienze professionali hai avuto prima di entrare alla Sergio Bonelli Editore?

Come dicevo, trovai i primi contatti professionali già ai tempi in cui frequentavo l’accademia. Iniziai realizzando le matite di una storia per Fabrizio Faina pubblicata dalla Edifumetto. All’epoca era un buon modo per fare gavetta. Poi, trascorso qualche anno, dopo aver mostrato alcune prove a Giuseppe De Nardo, mi ritrovai a disegnare su “L’Intrepido”, rivista edita dalla Universo, e a inchiostrare alcuni numeri di “BilliBand” su matite di Daniele Bigliardo. Finito questo, entrai a far parte dello staff artistico che realizzava una collana di volumi dedicati agli adattamenti delle opere teatrali di Eduardo De Filippo. Disegnai, così, Natale in casa Cupiello. Poco dopo fui contattato da Claudio Chiaverotti – che aveva visionato alcune mie prove spedite un po’ di tempo prima alla Bonelli – per entrare a far parte del team grafico di “Brendon”.

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Un albo di BilliBand La versione a fumetti delle commedie di Eduardo De Filippo Il primo numero di “Brendon” © Sergio Bonelli Editore

In che modo ha accresciuto la tua consapevolezza artistica e professionale il fatto di lavorare su una testata nazionale ad alta tiratura come “Brandon?

Non credo di essere un gran talento. La possibilità di poter lavorare in maniera continuativa e di produrre molte tavole su di un personaggio sotto diversi punti di vista abbastanza singolare e complesso, è stato fondamentale per poter fare esperienza e migliorare. E di questo sono grato a “Brendon”.

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Ricciardi disegna Brendon © Sergio Bonelli Editore Ricciardi disegna Brendon in una pin-up per la kermesse Cavacon Tavola di Brendon disegnata da Ricciardi © Sergio Bonelli Editore

Come sei arrivato in Francia a lavorare con Christophe Bec, sceneggiatore di Tenebre?

All’epoca dell’insegnamento alla Scuola Italiana di Comix ci furono i primi contatti con vari editor francesi che venivano invitati in sede, a Napoli. Ricevetti subito qualche offerta. Feci pure qualche prova, ma ero troppo inesperto di quel tipo di mercato. Comunque – tramite Camilla Patruno che all’epoca iniziava un’attività di agenzia per autori – i miei disegni cominciarono a girare. Mi arrivarono diverse proposte, ma, catturato dal lavoro su “Brendon”, non le presi in considerazione. Quella di Christhophe Bec fu la prima che mi intrigò davvero, soprattutto perchè mi piaceva l’idea di lavorare con un ottimo sceneggiatore che però era pure un bravo disegnatore. Sarebbe stato uno sprone a fare meglio.

Lay-out di una vignetta di di "Tenebre"

Lay-out di una vignetta di “Tenebre”

Tenebre rappresenta un salto avanti enorme nella tua carriera artistica. Un nuovo formato, un impiego delle tavole che probabilmente non avevi mai provato prima… Come ti sei coordinato con Bec?

Be’, sia Christophe Bec che Claudio Chiaverotti sono stati, devo dire, sempre gentili e mi hanno lasciato sempre molta liberta. Per quanto riguarda Tenebre, la sfida all’inizio è stata ardua. Passare dalle 5-6 vignette di una tavola bonelliana per andare a incastrarne 8-13 su una planche tipica di un album francese, richiedeva un passo avanti che non riguardava tanto il disegno quanto soprattutto la narrazione e le inquadrature. Bec su alcune pagine mi dava uno schema per il cosiddetto découpage (la composizione delle vignette nella tavola), ma per lo più ho dovuto studiare albi transalpini per capire la logica di quel tipo di composizione.

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Lay-out di una tavola di “Tenebre” Tavola rifinita di “Tenebre”

Quali sono stati i tuoi riferimenti per creare il mondo di Tenebre? Nelle parti ambientate nello spazio sono palesi i rimandi ad Alien, alla recente versione del serial TV Battlestar Galactica

Sì, i riferimenti sono per lo più cinematografici perché, dal punto di vista visivo, per me le suggestioni provenienti dal Grande Schermo rimangono predominanti. Tuttavia tendo a mescolare i generi. Quindi in Tenebre si passa da Il Signore degli Anelli al Il Gladiatore e così via, fino a toccare altre mille reminiscenze. Credo che, comunque, il risultato sia omogeneo, del tutto privo di momenti stridenti.

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una vignetta di “Tenebre” Scena da “Il signore degli Anelli” di Peter Jackson © New Line Cinema

Bec ti ha fornito dei suggerimenti?

No, mi ha lasciato un’assoluta libertà.

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Cover originale di Tenebre © Soleil La Regina Aliena in “Aliens: Scontro Finale” © 20th Century Fox
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Una tavola di “Tenebre” La flotta del serial TV “Battlestat Galactica” © Universal

Sul mercato francese ti sei presentato con lo pseudonimo di Iko. Da dove deriva e perché hai deciso di utilizzarlo?

Iko 20Iko è il nome del mio gatto. L’ho adottato così, per rimettermi in gioco dopo un periodo personale difficile di cui i lettori potranno cogliere tracce nelle mie dediche poste all’inizio del volume di Tenebre. In ogni caso, il mercato fumettistico italiano e quello francese sono ermetici. Essere un professionista affermato in Italia non reca alcun vantaggio in Francia perché lì i lettori difficilmente ti conoscono.

Quali strumenti tecnici impieghi?

Mai stato un virtuoso della tecnica. Uso carte Fabriano, matita, gomma, pennarelli graduati e Uniposca bianco per correggere. Tutto qua. E non seguo logiche da fumetto. Sono in fin dei conti un autodidatta. Ho sviluppato una mia visione sul come disegnare le cose.

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Giuseppe “Iko” Ricciardi realizza uno sketch durante una performance pubblica

In Francia la tua abilità grafica su Tenebre è stata consacrata da un volume a tiratura limitatissima in bianco & nero – edito da Les Sculpteurs de Bulles – che raccoglie i primi tre capitoli della saga. Ma è indubbio che la potenza spettacolare del fumetto è dovuta anche all’efficacissima tavolozza cromatica che infonde ulteriore profondità e pathos alle tue tavole…

Alla Soleil, la casa editrice francese di Tenebre, fecero fare delle prove ad alcuni coloristi nazionali, anche assai famosi. Ma nessuno di loro riusciva a dare il senso di plumbea oscurità che Bec esigeva per questa serie. Cosa che invece, devo dire, è perfettamente riuscita allo studio indiano Digikore.

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“Legende” di Yves Swolfs © Swolfs/Soleil

Ti abbiamo fatto notare diverse volte come il tuo tratto grafico ricordasse molto quello di Yves Swolfes. E, guarda caso, sei stato prescelto per lavorare su una serie western come Durango, creata proprio da Swolfes. Ci puoi parlare di questo tuo coinvolgimento in un classico della bande dessinée?

A disegnare i personaggi storici del mercato francese si sono avvicendate sempre poche mani e questo comporta problematiche particolari. Comunque è vero che voi siete stati i primi a notare una somiglianza tra il mio stile grafico e quello di Swolfs. Che è uno degli autori a cui più mi sono ispirato per il mio cambiamento di stile diretto al gusto franco-belga.

Prima di Durango ti eri cimentato – una volta raggiunta la tua maturità artistica – quasi esclusivamente su soggetti fantasy. Com’è stato il passaggio alle ambientazioni realistiche?

Tendo sempre a creare universi realistici un po’ a tutto tondo. Il West non credo sia diverso da un’ambientazione fantasy. Più che altro la difficoltà consiste nella peculiarità da spaghetti western di Durango che gli fornisce un’impronta decisamente cinematografica, ispirata all’estetica del genere. Un’impronta che sto cercando di mantenere.

Durango visto da Giuseppe "Iko" Ricciardi © Yves Swolfs/Soleil

Durango visto da Giuseppe “Iko” Ricciardi © Yves Swolfs/Soleil

Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Per ora nessun titolo nuovo, a breve distanza. Sono totalmente preso da Durango e dal nuovo volume di Tenebre per pensare ad altro.

L’APPUNTAMENTO

La nostra chiacchierata con Giuseppe “Iko” Ricciardi si conclude qui. Ma se avete voglia di approfondire qualche questione di vostro interesse inerente al suo lavoro, alcuni di voi avranno sicuramente la possibilità di incontrare l’artista domani, giovedì primo maggio, nelle sale della Mostra d’Oltremare, a Napoli, in occasione dell’annuale Comicon. Tra le 18 e le 19, infatti, presso la sala incontri Basin City, il disegnatore presenterà ufficialmente Tenebre al pubblico della kermesse, autografando, poi, le copie del libro. Sempre al Napoli Comicon saranno disponibili tutte le altre collane e gli altri titoli targati Mondadori Comics.

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BONUS TRACKS

L’alto tasso di spettacolarità delle tavole di Tenebre ha portato alla progettazione di una versione 3D dei primi album della saga, da leggersi con i classici occhialini stereoscopici con lenti rosse e verdi.

Tale versione dell’opera – che avrebbe dovuto essere realizzata da una casa editrice diversa dalla Soleil – non ha purtroppo mai visto la luce. Tuttavia ne è rimasta traccia in alcune tavole di prova che Giuseppe “Iko” Ricciardi conservava ancora, per fortuna, nel suo archivio digitale. Pertanto, col consenso dell’autore, le pubblichiamo sul nostro blog.

Per poterle osservare correttamente dovete dotarvi di occhialini 3D di vecchio tipo (non quelli utilizzati oggi per le proiezioni cinematografiche, quindi). Sono piuttosto comuni e, se non ne siete in possesso, facilmente reperibili.

Godetevi lo spettacolo!

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