Il futuro di Hammer: il ritorno in grande stile della fantascienza di culto

Mancano poche settimane al lancio della nuova edizione di “Hammer”, la serie a fumetti fantascientifica che ha funto da trampolino di lancio per una schiera di sceneggiatori e disegnatori di primissimo piano all’interno del comicdom italiano. Noi di Mondadori Comics riteniamo che il rientro in scena di “Hammer” fosse necessario. E vi spieghiamo il perché.

Blog 18 giugno 2014 alle 12:00

La fantascienza a fumetti d’impronta italiana ha a lungo goduto di scarsa fortuna. Per decenni sono stati i comics statunitensi e britannici, la bande dessinée transalpina e l’historieta ispanica e sudamericana a detenere il monopolio del fantastico nel nostro Paese.

Mentre i nostri cartoonist diventavano maestri indiscussi dell’avventura realistica e, in particolare, del genere western, a catapultare i lettori in viaggi interplanetari diretti verso mondi extraterrestri erano Dick Calkins con Buck Rogers, William Ritt e Clarence Gray con Brick Bradford, Alex Raymond con Flash Gordon. E ancora, successivamente, la DC Comics e la Marvel coi loro variopinti supereroi; i francesi Pierre Christin e Jean-Claude Mèziers, ideatori del ciclo di Valerian & Laureline; i belgi Greg e Eddy Paape col loro Luc Orient, gli inglesi Frank Hampson – il creatore di Dan Dare – e Sydney Jordan, autore delle strisce di Jeff Hawke e di Lance McLane.

HAM-2 HAM-3 HAM-4
La cover di un comic-book dedicato a Brick Bradford Alex Raymond disegna una Sunday strip di “Flash Gordon” Una cover di “Valérian et Laureline” © Dargaud

Poi, negli anni Settanta, un duplice ingresso: i grandi astri della scuola argentina e spagnola e gli artisti rivoluzionari facenti capo alla rivista d’Oltralpe “Métal Hurlant”. Ecco, pertanto, L’Eternauta di Héctor G. Oesterheld e Francisco Solano López; Barbara di Ricardo Barreiro e Juan Zanotto; La Stella Nera e La Città, sempre di Barreiro ma stavolta assieme a Juan Giménez. E La saga dell’Incal di Alejandro Jodorowsy e Moebius, il barocco Lone Sloane di Philippe Druillet, l’epico e dolente Sterminatore 17 di Jean-Pierre Dionnet ed Enki Bilal.

HAM-8 HAM-9 HAM-11 HAM-12
“Barbara” di Ricardo Barreiro e Juan Zanotto “La Stella Nera” di Barreiro e Juan Giménez Una tavola tratta dalla Saga dell’Incal di Jodorowsky e Moebius “Lone Sloane” di Philippe Druillet

Un’ondata che proseguirà negli anni Ottanta con Clarke & Kubrick: Spazialisti Ltd e Il prigioniero delle stelle del catalano Alfonso Font; con Burton & Cyb di Antonio Segura e José Ortiz, anch’essi provenienti dalla penisola iberica; con Gilgamesh dei sudamericani Robin Wood e Lucho Olivera. Un predominio di stampo latino al quale continueranno a tener testa i francesi e accanto al quale torneranno a inserirsi di prepotenza i supereroi del rinascimento revisionista attuato da autori come Frank Miller, Alan Moore e Grant Morrison.

Una cover di "Nathan Never" disegnata da Claudio Castellini © Sergio Bonelli Editore

Una cover di “Nathan Never” disegnata da Claudio Castellini © Sergio Bonelli Editore

Per poter assistere alla nascita del primo serial regolare italiano di genere fantascientifico diretto al vasto pubblico delle edicole bisognerà aspettare il 1991, quando il trio di sceneggiatori formato da Antonio Serra, Michele Medda e Bepi Vigna, col fondamentale supporto grafico di Claudio Castellini, darà vita al progetto “Nathan Never”, prodotto dalla Sergio Bonelli Editore.

Si tratta di una rivoluzione copernicana all’interno delle dinamiche della factory milanese, le cui testate principali, pur non lesinando frequenti incursioni nel fantastico, si sono tuttavia tenute, per più di mezzo secolo, quasi sempre distanti – fatto salva qualche rara eccezione – dalla fantascienza hardcore.

"Ghost in the shell" di Masamune Shirow

“Ghost in the shell” di Masamune Shirow

In ogni modo, “Nathan Never” si rivela un grande successo che giunge, guarda caso, proprio a ridosso della prima invasione dei manga giapponesi, guidata da Akira di Katsuhiro Otomo, da Appleseed e Ghost in the Shell di Masamune Shirow, da Venus Wars di Yoshikazu Yasuhiko, da Capitan Harlock di Leiji Matsumoto, da Xenon di Masaomi Kanzaki.

Il riscontro di critica e di pubblico ottenuto da “Nathan Never” fa sì che altri editori tentino di porsi sulla scia del personaggio made in Bonelli. E, cosa più unica che rara, i risultati, dal punto di vista creativo e qualitativo, spesso si rivelano notevoli.

È il caso di “Cyborg”, testata progettata dallo specialista Daniele Brollli – uno dei massimi esperti italiani di narrativa fantastica – che si pone l’obiettivo di agganciarsi alle tendenze cyberpunk di Bruce Sterling e William Gibson. Il risultato è la nascita di un glaciale universo hi-tech, popolato di personaggi alieni e distanti, che si situa in studiata e marcata controtendenza rispetto al più rassicurante e canonico “Nathan Never”, ma che finisce con l’escludere a priori il pubblico più tradizionalista, meno avvezzo alle splendide dinamiche sperimentali operate dal gruppo artistico radunatosi intorno a Brolli.

Una cover della prima serie della rivista "Cyborg"

Una cover della prima serie della rivista “Cyborg”

Giovanni Bovini, proprietario della Star Comics – casa editrice che ha pubblicato “Cyborg” praticamente a scatola chiusa – decide allora di puntare sul “Lazarus Ledd” di Ade Capone, una testata sospesa tra il thriller, l’avventura e la fantascienza, che con la sua ambientazione metropolitana e un protagonista più vicino al comune sentire dei lettori, riesce per diversi lustri a conquistarsi un pubblico affezionato.

Per quanto efficace e ben realizzato, “Lazarus Ledd” per Bovini rappresenta, tuttavia, un compromesso: è sì un buon successo editoriale di cui andar fieri, ma non possiede certe caratteristiche fondanti di “Nathan Never”. E questo, per un imprenditore che aveva da sempre desiderato di produrre un fumetto di fantascienza hardcore, con ambientazioni spaziali e permeato di tecnologie futuristiche, rappresenta un obiettivo non raggiunto.

Una cover della collana "Full Moon Project"

Una cover della collana “Full Moon Project”

Per questo motivo accetta con entusiasmo di supportare “Hammer“, un progetto ideato – sotto la supervisione di Ade Capone e Sergio Cavallerin – da un gruppo di giovani e rampanti autori bresciani, molti dei quali freschi reduci dall’esperienza di “Full Moon Project”, serie horror-fantasy di buon livello qualitativo, pubblicata da un editore di nicchia, che tentatava di porsi a traino delle tematiche portate al successo internazionale dal serial TV statunitense The X-Files.

Vede così la luce, nel ottobre del 1994, in occasione del Salone del Fumetto di Lucca, Tradita, un numero 0 di “Hammer”, realizzato da Riccardo Borsoni e Giancarlo Olivares, che cattura fin da subito l’entusiasmo di un folto nucleo di potenziali appassionati.

Un ritratto umoristico del Gruppo Hammer

Un ritratto umoristico del Gruppo Hammer

E le promesse formulate dal cosiddetto Gruppo Hammer (composto, oltre che da Borsoni e Olivares, anche da Stefano Vietti, Marco Febbrari, Luigi Simeoni e Mario Rossi/Majo) attraverso le trentasei pagine di Tradita non vengono affatto disattese. Fin dal primo numero, uscito in edicola nel giugno del 1995, “Hammer” si propone come un’alternativa piena e coerente a “Nathan Never”, mutuandone il format editoriale e le caratteristiche di genere, ma percorrendo una via del tutto autonoma e originale.

HAM-23 HAM-24
La cover del numero 1 originale di “Hammer” La cover del numero 0 di “Hammer”

L’immaginario di “Nathan Never”, infatti, si fonda sul film Blade Runner di Ridley Scott, sul ciclo cinematografico di Alien, su certe ambientazioni della serie animata nipponica Gundam, sui comic-books della Marvel Comics, su alcuni capisaldi del serial TV Star Trek: The next generation e sui romanzi di Isaac Asimov.

“Hammer”, invece, guarda oltre, rinunciando, per esempio, fin dall’inizio al concetto classico di eroe tutto d’un pezzo e ponendo al centro delle storie personaggi ambigui e amorali nei confronti dei quali il lettore non può provare nessuna naturale empatia. Caratteri che potrebbero assomigliare ai protagonisti borderline di certi lavori di William Gibson – da Neuromante ai racconti dell’antologia La notte che bruciammo Chrome – e di certo non a Tex, a Zagor, a Mister No o a Dylan Dog.

Questo non vuol dire che i membri del Gruppo Hammer pongano un embargo su tutto quanto provenga da Blade Runner, Guerre Stellari o Star Trek, ma non lo considerano fondativo del loro universo. Assorbono, di contro, con voracità, suggestioni dai romanzi di Dan Simmons (il ciclo dei Canti di Hyperion), di Bruce Sterling (La matrice spezzata) e di Greg Bear (l’antologia La donna che bruciò nel vento); sviluppano situazioni che assomigliano più a quelle dei fumetti di “Métal Hurlant” che ai comics d’Oltreoceano; cercano di integrare l’estetica dei manga ipertecnologici con le sanguigne, sferzanti visioni futuristiche di marca spagnola e sud-americana.

HAM-25 HAM-27 HAM-30
La prima edizione dell’antologia “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson Cover di “Endymion” di Dan Simmons nell’edizione Fanucci “La matrice spezzata” di Sterling nell’edizione apparsa su “Urania collezione”

Dal punto di vista grafico, infatti, i disegnatori del Gruppo Hammer non si rifanno all’arte plastica degli statunitensi John Buscema e Neal Adams – dinanzi ai quali invece le principali firme di “Nathan Never” si prostrano – quanto piuttosto ai tratteggi graffiati e alle linee aspre, talvolta ai limiti dell’underground, di Juan Giménez, di Jordi Bernet, di Richard Corben, di Frank Miller.

HAM-28 HAM-35 HAM-29 HAM-33
Una tavola di Juan Giménez tratta da “Il Quarto Potere” Una tavola di Giancarlo Olivares per il numero 2 di “Hammer” “Custer” di Carlos Trillo e Jordi Bernet Una tavola disegnata da Majo per il primo numero di “Hammer”

L’esperienza di “Hammer” va avanti per un anno, conquistandosi uno zoccolo duro di fan agguerriti e conseguendo il premio ANAFI (Associazione Amici del Fumetto e dell’Illustrazione) con questa motivazione ufficiale: “per aver saputo impostare, pur in un momento di crisi generalizzata, un efficace e ben coordinato lavoro di équipe, capace di esprimere una serie fumettistica di solidi valori narrativi e grafici.”

Storie piene di pathos e di idee (che arrivano addirittura ad anticipare concetti che faranno in seguito la fortuna di film come Matrix, Cube, Resident Evil, ecc.), personaggi sfaccettati e imprevedibili, testi densi e frizzanti che non vanno mai a rallentare dei plot tamburellanti e infarciti di colpi di scena: tutto questo dona rapidamente a “Hammer” lo status di culto.

HAM-31 HAM-32
La locandina di “Matrix” © Warner Bros. La locandina di “Cube” © Cineplex Odeon Films

Nonostante tutto, l’editore originario non considera soddisfacenti i dati di vendita, decretando la repentina chiusura della collana. Il gruppo bresciano si smembra e alcuni componenti – Olivares, Vietti, Simeoni – trovano asilo presso la Bonelli, andando inizialmente a integrare e arricchire proprio lo staff di “Nathan Never”. Majo, invece, diventa una colonna, sempre per la Bonelli, dell’horror-fantasy “Dampyr”.

Un’unica, breve riunione avviene nel 2001, quando, su invito della prozine amatoriale torinese “Cronaca di Topolinia”, gli autori concepiscono Gattordici: La macchina dei sogni, una short-story che fin dal titolo-calembour sottolinea la propria natura di divertente appendice alla serie originale, arrestatasi col numero 13. Una fiammata che. però, non attenua la spiacevole sensazione che “Hammer” sia ormai destinata ai ricordi nostalgici e alle offerte speciali praticate dai rivenditori di fumetti usati. Nonostante la qualità e la passione che emergevano dalle sue pagine.

Ma Mondadori Comics non ha dimenticato quella pagina gloriosa del fumetto italiano. Convinta che il prodotto “Hammer” potesse essere rivisto, ottimizzato e riproposto con un nuovo format editoriale destinato a un pubblico nuovo, ancora più maturo e consapevole rispetto al passato, ha invitato gli autori della serie a rimetterci mano, facendo leva sulla loro straordinaria esperienza consolidatasi nel corso di due decenni di ininterrotta attività. Ne è derivato un progetto nient’affatto nostalgico, che si proietta verso il futuro, mettendo da parte ogni tentazione celebrativa e “anastatica”.

Ad accogliere i lettori saranno quindi un logo ridefinito, cover pittoriche stilisticamente vicine a quelle tipiche degli album cartonati francesi, redazionali agili e nuovi di zecca, omaggi di sceneggiatori e disegnatori famosi, pagine di back-up piene di studi e bozzetti originali. E soprattutto storie ulteriormente valorizzate da un attento lavoro di restauro – attuato in prima persona da tutti i componenti del Gruppo Hammer – e dalle caratteristiche specifiche di un albo che si presenterà di dimensioni assai più ampie e spettacolari rispetto agli standard tradizionali ai quali i lettori italiani si sono fin troppo abituati.

“Hammer” sarà una pubblicazione mensile che – attraverso le edicole, le librerie e le fumetterie – ha intenzione di imporsi ancora una volta con la sua immutata carica vitale. Quella carica che forse negli anni Novanta appariva troppo in anticipo sui tempi e che oggi può invece deflagrare in tutto il suo potenziale.

Per questo noi di Mondadori Comics abbiamo scelto di credere ancora una volta in “Hammer”. Perché la qualità non ha tempo e va valorizzata in ogni modo. Perché dalle gemme delle passato possono nascere le fortune e le creazioni dell’avvenire.

Altre News

La Compagnia del Crepuscolo – l’ultimo canto di Malaterra, 58° volume di Historica

Anteprima 31 luglio 2017

In edicola, libreria, fumetteria e online dal 4 agosto 2017

Leggi tutto »

Caterina de’ Medici, terzo volume di Historica Biografie

Anteprima 10 luglio 2017

Dal 14 luglio in edicola, fumetteria, libreria e online

Leggi tutto »