Ivo Milazzo: illustrando Ken Parker

Alla vigilia del lancio in edicola, in libreria e in fumetteria della nuova edizione di “Ken Parker”, capolavoro avventuroso di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, ci ritroviamo a scambiare quattro chiacchiere con l’ideatore grafico della serie

Blog 9 aprile 2014 alle 12:00

Due settimane fa ci eravamo intrattenuti a conversare con Giancarlo Berardi, creatore letterario di “Ken Parker”. Oggi è la volta di Ivo Milazzo che del trapper del Montana ha visualizzato il mondo in cui si muove, sospeso tra gli immensi paesaggi della frontiera americana e le strade delle grandi città industriali della seconda metà dell’Ottocento.

Punto di riferimento imprescindibile, negli ultimi quarant’anni, per l’evoluzione del linguaggio del fumetto in Italia, Milazzo – coi suoi baffi e i suoi lunghi capelli bianchi – ha le fattezze di un uomo d’altri tempi, di un nobiluomo francese del Seicento trapiantato nel XXI secolo. Ma la sua visione del medium fumetto e dell’arte in generale, resta totalmente aperta alle problematiche e alle sfide del presente, denotando un ingegno e una freschezza creativa invidiabili.

Quell’ingegno e quella freschezza che, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, lo fecero emergere, portandolo all’attenzione del pubblico e della critica, attraverso opere come Tiki;L’uomo delle Filippine; Welcome to Springville; Marvin il detective; Tom’s Bar; Giuli Bai & Co. e, naturalmente, la saga-capolavoro di Ken Parker, tutte realizzate in tandem con lo sceneggiatore Giancarlo Berardi.

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Tiki, il ragazzo guerriero
© Sergio Bonelli Editore

© Sergio Bonelli Editore

Successivamente, a partire dall’ultimo decennio del XX secolo, il disegnatore – nato a Tortona, in Piemonte, ma residente da sempre in Liguria – si lanciò anche in altre collaborazioni, illustrando per la Sergio Bonelli Editore alcuni albi del poliziesco “Nick Raider” (coi quali contribuì a definire meglio le fattezze somatiche del protagonista) e Sangue sul Colorado, un apprezzato special gigante di Tex Willer, tutti su testi di Claudio Nizzi.

All’inizio degli anni Duemila, fu poi la volta di “Magico Vento”, collana western prodotta sempre in seno alla Sergio Bonelli Editore, che diversi lettori e critici hanno spesso amato considerare, per lo stile di scrittura, le caratteristiche grafiche, alcuni scenari e le ambizioni di continuity, come una possibile erede di “Ken Parker”.

Tuttavia, a partire dal 2004, una volta terminato il suo impegno sulla serie ideata dallo scrittore Gianfranco Manfredi, Milazzo ha deciso di dedicarsi a progetti meno legati alle scadenze tipiche del fumetto popolare italiano. Hanno così potuto vedere la luce, nel 2007, Impeesa: La grande avventura di Baden Powell, excursus biografico, scritto dal giornalista Paolo Fizzarotti, sul militare inglese fondatore dello scoutismo, e Il Boia Rosso, feuilleton investigativo – sceneggiato da Francesco Artibani e originariamente destinato al marchio transalpino degli Humanoides Associés – ambientato nella Roma papalina d’inizio Ottocento, quella descritta dai sonetti di Giuseppe Goachino Belli e dai film di Luigi Magni.

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Impeesa: La grande avventura di Baden Powell Nick Raider © Sergio Bonelli Editore Il Boia Rosso
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Uomo Faber

150° dell'Unità d'Italia © San Paolo

150° dell’Unità d’Italia © San Paolo

Ultimi titoli, in ordine di tempo, sono stati, nel 2010, Uomo Faber, graphic novel, sospeso tra biografia e riflessione critico-estetica, sulla figura del cantautore genovese Fabrizio De Andrè, coi testi del romanziere e saggista Fabrizio Calzia, e, nel 2011 – in veste di co-autore e coordinatore – 150°: Storie d’Italia, una doppia antologia destinata a celebrare, col contributo di cartoonist come Francesco Artibani, Giorgio Cavazzano, Pasquale Frisenda, Carlo Ambrosini, Corrado Mastantuono, Marco Nizzoli e il compianto Sergio Toppi, i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia.

Il ritorno di Milazzo sulla nuova edizione di “Ken Parker” targata Mondadori Comics testimonia, comunque, la centralità che questo personaggio – a quarant’anni dalla creazione del personaggio e a vent’anni dal termine dell’esperienza, condivisa con Berardi, della Parker Editore – continua ad avere nella sua vita artistica. Un impegno che lo ha visto addirittura effettuare un restyling filologico delle storie di questo atipico, umanissimo eroe del West. Un’ottimizzazione che, intervenendo su alcune parti grafiche, come balloon e didascalie, punta a consegnare a lettori vecchi e nuovi una visione più equilibrata e armoniosa delle tavole a fumetti.

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Una tavola di “Ken Parker” Studio per una cover di “Ken Parker”

In vista dell’atteso lancio, dopodomani, l’11 aprile, di questa ristampa di nuova concezione che si differenzierà in maniera netta dalle precedenti edizioni, abbiamo raggiunto Milazzo per iniziare a porgli alcune domande. Un appuntamento che – approfittando della gentilezza, della disponibilità e dell’attenzione mostrate dall’artista – si ripeterà in maniera regolare anche nei prossimi mesi.

Ivo, la sua formazione per ciò che riguarda il linguaggio fumettistico è avvenuta all’interno dello studio Bierreccì, ovvero nell’ambito della scuola Disney ligure formata da Luciano Bottaro, Carlo Chendi e Giorgio Rebuffi. C’è addirittura un racconto di Zio Paperone disegnato da lei su testi di Jerry Siegel, il co-creatore di Superman, che si era ritrovato a lavorare più volte – a causa di esigenze economiche – per il mercato italiano. “Ken Parker” rappresenta, dunque, una svolta realistica di non poco conto, addirittura estrema…

Non è così. Lo Studio BRC ha rappresentato solo una parte della mia formazione. Il cammino intrapreso insieme a Giancarlo Berardi in veste di referente letterario, è iniziato paradossalmente con una striscia satirica: Il Palafita. Ma in realtà il mio desiderio era quello di raccontare storie realistiche. Questa breve parentesi, però, e, in particolare, il rapporto con Bottaro e Rebuffi, mi è servita per conoscere e affrontare meglio la sintesi grafico-narrativa. È stato, infatti, attraverso una loro iniziativa editoriale che Berardi e io abbiamo ideato il nostro primo personaggio: Tiki, il ragazzo guerriero, ospitato in seguito sulle pagine del settimanale “Il Giornalino”. Ken Parker è arrivato secondo solo per una breve frazione di tempo.

Analizzando le tavole di “Ken Parker”, si nota fin dall’inizio un’esigenza di rompere la disposizione su tre strisce tipica degli albi prodotti da Bonelli. Sono presenti infatti vignette “sfalsate”, allungate in verticale, immagini panoramiche, addirittura – in “Omicidio a Washington” – una doppia splash page come non si era mai vista in un albo seriale riconducibile al format Bonelli. Come operava, in tal senso? Queste scelte “registiche”, operate assieme a Berardi, trovavano l’appoggio incondizionato dell’editore di allora, la Cepim di Sergio Bonelli, oppure bisognava ricorrere a qualche mediazione?

La regia di un racconto si divide sempre a metà con chi scrive i testi. Ognuno mette in campo la propria competenza e capacità creativa, con l’intento precipuo di finalizzare al meglio la comunicazione delle emozioni. L’editore non è mai intervenuto sulle nostre scelte, se non per aiutarci a entrare in sintonia con il suo lettore tipo, nel pieno rispetto degli equilibri su cui volevamo impostare il personaggio. È anche vero che la nostra esperienza editoriale era quella degli inizi, improntata unicamente sull’istinto. Solo il tempo e il confronto creativo tra noi, a livello complementare, ci ha permesso di ottimizzare una forma narrativa personale.

Il suo tratto ha fatto scuola per la sua capacità di sintesi espressiva. “Ken Parker”, però, testimonia anche una progressiva evoluzione del suo stile. Nella prima fase si nota un tratteggio più classico, meno espressionista. Quali erano i suoi punti di riferimento artistici dell’epoca?

La scelta iniziale è stata influenzata dalla cosiddetta Scuola espressionista americana, quella di Milton Caniff per intenderci. Mi riferisco essenzialmente al contrasto tra luci e ombre. Una tecnica non semplice in quanto presuppone l’uso quanto mai corretto dei bianchi e dei neri. Il tratteggio appartiene invece all’accademia e all’illustrazione classica, da cui è partito invece Alex Raymond. La sintesi rimane per me la via migliore per arrivare all’essenza della comunicazione per immagini e al cuore del racconto.

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Una tavola di Milton Caniff Una tavola di Alex Raymond

La sua resa degli scenari statunitensi della seconda metà dell’Ottocento tocca probabilmente vertici mai raggiunti prima. Nel corso del primo ciclo della saga di “Ken Parker” (che abbraccia i primi otto episodi) lei passa a visualizzare nel giro di poco tempo i freddi paesaggi del Nord, il calore della frontiera messicana e gli scenari urbani di Washington e San Francisco. Il tutto con una duttilità e un’attenzione al dettaglio che lasciano ancora oggi sbalorditi. Quali riferimenti letterari e iconografici utilizzava in quell’epoca pre-digitale?

I libri, la fotografia, il cinema, la pittura, l’illustrazione e i fumetti dei maestri della GoldenAge e del Secondo dopoguerra, italiani e stranieri. Il digitale resta un mezzo veloce di conoscenza, ma il rischio è la superficialità di approccio derivata dall’eccessiva immediatezza della ricerca.

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Un dipinto di Henry Farny Un dipinto di Charles Russell Un dipinto di Frederic Remington

Anche l’espressività e la recitazione dei personaggi evolvono in un brevissimo lasso di tempo. La già chiara e ammirevole attenzione ai gesti e ai movimenti espressivi dei volti dei personaggi sembrano addirittura esplodere a partire da “Colpo grosso a San Francisco” che , da questo punto di vista, appare ancora oggi come un impressionante e spettacolare tour de force…

Già allora prediligevo maggiormente la recitazione e la mimica dei personaggi piuttosto che i paesaggi. Questi ultimi tutt’oggi mi servono unicamente per far ambientare in modo adeguato il lettore nel contesto narrativo e dar corpo alle atmosfere più coinvolgenti.

Nella scelta della gestualità e delle espressioni dei personaggi come si coordinava con Berardi? La comunicazione passava solo attraverso la sceneggiatura o riuscivate a incontrarvi e a dialogare di persona?

A quei tempi la nostra frequentazione era giornaliera, cercavamo di sostenerci e di imparare l’uno dall’altro. In tal modo è capitato di frequente che Giancarlo mi facesse addirittura da modello per posizioni o espressioni più complesse.

Quale contributo dava a livello narrativo? Suggeriva inquadrature e svolte che magari non erano state previste in fase di scrittura?

Direi che la capacità di Berardi nella costruzione letteraria della storia e dei personaggi rasenta la perfezione. Il nostro continuo confronto era improntato sulla stima reciproca del rispettivo ruolo creativo, ma è successo che ci consigliassimo su come rendere al meglio una scena.

Con gli occhi di oggi cosa rimprovera e cosa invece invidia al Milazzo della seconda metà degli anni Settanta?

Non ho rimproveri da farmi sul passato. Si affrontano le vicende professionali e la vita secondo ciò che siamo in ogni stadio del nostro percorso umano. Rimpiango forse il maggior entusiasmo dell’età, anche se oggi mi sento più cosciente sul significato professionale di “autore”, di cosa significhi essere un “narratore per immagini”.

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