Ken Parker: nel gelo della vita, un alito di umanità

Mentre neve e vento gelido percorrono l’Italia, anche le storie di “Ken Parker” sono avvolte da un freddo glaciale. Le terre del Grande nord americano rappresentano un luogo ostile, dove la vita è dura. E dove il clima sembra proiettare la desolazione dell’anima del protagonista. Ne parliamo con Giancarlo Berardi.

Blog 7 gennaio 2015 alle 12:00

Ken Parker è in fuga dagli Stati Uniti, dove è ricercato per aver ucciso un poliziotto. L’ha fatto per proteggere una creatura innocente durante una carica a cavallo delle forze dell’ordine, chiamate a reprimere con la forza una manifestazione operaia (una sequenza drammatica, pubblicata sul numero 29 della collana “Ken Parker” edita da Mondadori Comics).

Ma il biondo trapper creato dallo sceneggiatore Giancarlo Berardi e dal disegnatore Ivo Milazzo è un uomo onesto e quel gesto continua a tormentarlo. Lì, in territorio canadese, dove ha trovato rifugio sfuggendo ai suoi inseguitori, è preda di sonni agitati. Sa di essere solo, che i suoi affetti sono lontani, che gli amici presso cui ha trovato ospitalità (appartenenti soprattutto a quelle tribù inuit che aveva imparato a conoscere e ad amare in storie come Le terre bianche e Il popolo degli uomini, proposte sui numeri 5 e 6 di “Ken Parker”) possono lenirgli a stento la sensazione di essere fuori posto, uno straniero in terra straniera, un criminale in fuga dalla legge e da se stesso.

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Giancarlo Berardi

“Non si crede un superuomo, non è come il Raskol’nikov di Delitto e Castigo che parte dall’idea che un’uccisione può essere lecita per poi fare i conti con la sua coscienza,” ci spiega lo sceneggiatore Giancarlo Berardi che ha sempre considerato Ken Parker come un alter ego. “Ken possiede un codice morale ed etico molto forte e non può accettare di avere conti in sospeso col consorzio sociale e civile di cui si è sempre sentito parte e di cui ha sempre cercato di raddrizzare, per quanto era in grado di fare, le profonde iniquità. Per questo la sua condizione di fuorilegge gli grava addosso come un macigno.”

Ma la penosa odissea di Ken Parker sta per giungere a un punto di svolta, come anticipa uno dei due titoli del volume – il numero 36 – che potete trovare in edicola, nelle fumetterie e nelle librerie questa settimana: L’arresto. L’occasione giusta per fare il punto della situazione e tornare a intrecciare con Berardi le fila di un discorso intrapreso qualche mese fa, in concomitanza col lancio e con le prime uscite della collana “Ken Parker”.

Giancarlo, ci eravamo lasciati a fine maggio, parlando della conclusione del ciclo de La ballata di Pat O’Shane, a cui fa immediatamente seguito una delle storie più crude e violente della saga, Butch l’implacabile [proposta sull’ottavo volume della collana targata Mondadori Comics], una sorta di Ombre rosse rivisitato da Sam Pekinpah. La sequenza dell’uccisione del neonato da parte dei pellirosse ha continuato per decenni a rappresentare una mazzata per il pubblico…

“L’immagine sdolcinata del pellerossa buono e saggio è fasulla quanto quella del selvaggio assetato di sangue. Ogni popolo ha la sua percentuale di buoni e di cattivi. Le attività precipue degli indiani d’America erano la caccia e la guerra. Le tribù lottavano continuamente tra loro e non mancavano le manifestazioni di crudeltà. Una serie a fumetti realistica e documentata non può ignorare questi aspetti.”

E poi c’è il violento Butch, un cacciatore di scalpi indiani, che in una scena sembra puntare il dito verso i lettori mentre dice: “Credete di essere migliori di me?” Una frase che ci ha ricordato il monologo di Tony Montana in Scarface di Brian De Palma, un film uscito alcuni anni dopo la storia pubblicata su “Ken Parker”.

“Il male è dentro ogni uomo. Cultura, società e freni inibitori ci impediscono di palesarlo, ma basta poco, un avvenimento eccezionale in cui saltino le convenzioni sociali, perché escano allo scoperto i peggiori istinti della nostra specie.”

A partire da Un uomo inutile [vol. 10], uno dei capitoli più dichiaratamente fordiani della saga, la violenza all’interno delle storie sembra attenuarsi, a favore di un maggior scavo psicologico dei personaggi. Arrivano episodi come Lily e il cacciatore [vol. 13], come C’era una volta… [vol. 14], come Diritto e rovescio [vol. 18]… A cosa è dovuto questo scarto così netto tra la crudezza delle prime stagioni di “Ken Parker” e questi nuovi episodi meno vincolati alle esigenze di continuity?

“Nella prima parte della saga ho cercato di descrivere l’ambiente storico-sociale in cui si muoveva il mio protagonista. Per far capire bene al lettore dove ci trovavamo e cosa succedeva in quel periodo. Poi mi sono concentrato maggiormente sui personaggi, avendo anche sviluppato una maggiore capacità narrativa e introspettiva.”

Crudezza che comunque continua a non mancare, come, per esempio, nel finale de Il caso di Oliver Price [vol.14], una specie di film di John Ford sottoposto a uno sguardo revisionista, con un finale amaro e terribile che ricorda uno dei suoi romanzi preferiti, E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo.

“Non sono un buonista. E mi riconosco nel grande solco della narrazione verista. Gli aspetti aspri della vita ci insegnano a creare nuove regole di convivenza e a rispettarle.”

Anche la sequenza finale de La leggenda del generale [vol 16] è terribile, con una visione inedita del massacro di Little Big Horn. Dal punto di vista emotivo come ci si pone dinanzi all’ideazione e alla scrittura di scene tanto raccapriccianti?

“Vivo sempre con grande partecipazione i miei racconti, al di là del fatto che contengano scene buffe o drammatiche. Il primo a emozionarsi dev’essere l’autore, altrimenti al lettore arriverà un messaggio tiepido.”

D’altro canto c’è un Ken che matura e che si mostra sempre più sensibile e aperto agli altri. E’ splendida, per esempio, la scena presente in Casa dolce casa [vol. 14], dove il biondo protagonista gioca con un bambino mentre i genitori del piccolo litigano in maniera furibonda. Sono solo un paio di tavole, ma sembrano contenere un intero trattato di psicologia e di pedagogia…

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“Casa dolce casa…” nella vecchia edizione della Collana West Una cartolina natalizia © Berardi/Milazzo

“Non ho avuto figli, ma ho sempre amato i bambini. Evidentemente trovo in loro una sintonia con il mio bambino interiore. E sono anche molto critico con quei genitori che mettono al mondo le loro creature senza preparazione e consapevolezza, condannandoli spesso al disagio e all’alienazione.”

Anche la storia Milady [vol. 17] risulta fondamentale nella maturazione di Ken Parker, col personaggio che scopre il ricco mondo della narrativa. Un mondo che finisce col prevalere sui sentimenti amorosi malriposti. C’è una sorta di suo riscatto personale nei confronti di qualche situazione reale da lei davvero vissuta, in quest’episodio?

“Provengo da una famiglia umile. In casa mia non c’era neanche un libro. La cultura è stata una conquista difficile e faticosa. I miei genitori miravano a un titolo di studio, il pezzo di carta che mi avrebbe assicurato un lavoro dignitoso. In questo lungo processo, scoprii invece che la conoscenza era un obiettivo gratificante per se stesso. Un percorso senza limiti, che ci avvicina all’unica libertà possibile, quella intellettuale.”

Nella saga di “Ken Parker” possiamo parlare di un prima e di un dopo Adah [vol. 23]?

Adah è stato un esperimento, come tanti altri, ma soprattutto una sfida con me stesso. Mi chiedevo come sarebbe stato calarmi nei panni di una donna e raccontare la vicenda attraverso i suoi occhi. Impiegai tre mesi prima di trovare il tono giusto. Come ho già avutomodo di dire altre volte, divenne il punto di riferimento per la creazione di “Julia”, la mia serie poliziesca edita dalla Sergio Bonelli Editore.”

Quando Adah uscì per la prima volta in edicola, nel 1982, non si era mai visto il protagonista di una serie popolare made in Bonelli – il primo editore di “Ken Parker” – coinvolto in una scena di sesso ben visibile ai lettori (Guido Nolitta/Sergio Bonelli ce ne avrebbe mostrata una con Mister No nel 1986 e da lì a poco sarebbe toccato frequentemente al Dylan Dog di Tiziano Sclavi). In precedenza avevamo visto il protagonista urinare e compiere altre azioni considerate “basse” per un eroe dei fumetti. C’erano delle reazioni in tal senso da parte dell’editore dell’epoca o dei lettori?

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“Julia” e “Ken Parker: Adah”. Due tavole a confronto

“Nessuna reazione da parte dei lettori e nessuna censura da parte dell’editore. Era l’epoca delle riviste d’autore e della liberazione sessuale. “Ken Parker” ha fatto piazza pulita di molti tabù, aprendo la strada al fumetto adulto, o alla letteratura disegnata, come l’hanno definita. E’ stato un vero e proprio spartiacque. Esiste un prima e un dopo “Ken Parker”, questo sì. La sua tecnica di narrazione ha influenzato tutto il fumetto successivo.”

Ne I pionieri [vol. 27] Ken vive un dramma psicologico che lo vede coinvolto in un triangolo adulterino. Questo suo accostarsi a donne sposate è una costante del personaggio che ritroveremo altre volte. E’ un aspetto molto insolito e forse poco indagato…

“In termini realistici, non è facile per un uomo che viaggia verso la quarantina trovare una donna libera adeguata alla propria età. Ken è sempre stato impegnato nelle sue intraprese, ha sempre viaggiato molto e non ha mai avuto il tempo di intessere relazioni durevoli. Però ha gli istinti di un uomo normale e ogni tanto s’innamora.”

La svolta poliziesca avvenuta con Boston [vol. 27] e l’immersione di Ken in atmosfere metropolitane rappresenta un momento straordinario nella vicenda umana del personaggio. Nelle sue intenzioni originarie sarebbe dovuta durare di più o il traumatico colpo di scena di Sciopero [vol. 29] era già programmato sulla breve distanza?

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“I pionieri” e “Sciopero” nella vecchia edizione della Collana West

“I miei piani narrativi sono sempre stati condizionati dalla capacità produttiva dei disegnatori. In Boston, per esempio, ho dovuto fondere due storie distinte per non saltare ulteriori uscite in edicola. Un problema di cui, all’epoca della sua prima pubblicazione, la serie soffriva.”

Abbiamo sempre pensato che se Sciopero fosse uscito al giorno d’oggi avrebbe potuto essere oggetto di qualche interpellanza parlamentare. Tra l’altro il diritto allo sciopero è un argomento tornato di grande attualità. Da dove scaturiva quella storia e il suo ideale sequel, I ragazzi di Donovan [vol. 30]?

“Da un avvenimento a me vicino. In quel periodo, nel quartiere di Genova in cui vivevo, venne chiusa una fabbrica e io seguii in presa diretta tutti gli avvenimenti che ne scaturirono. Fu l’occasione per leggere alcuni saggi sulla condizione operaia a cavallo tra Ottocento e Novecento, di cui anche Jack London parlava in diversi racconti. Una miniera d’informazioni e stimoli che costituirono l’ossatura di Sciopero.”

Sciopero è una storia ecumenica, dove il cristianesimo vero si sposa – in una sequenza commovente ed epica – con le istanze del comunismo. E’ una storia densa di idealismo e di rabbia…

“Devo aggiungere che c’è molto di me stesso in quel connubio e in quei contrasti?”

La riproposizione a colori di Un principe per Norma [vol. 30] per la prima volta dopo decenni rappresenta un evento editoriale di cui Mondadori Comics è orgogliosa. Cosa ricorda oggi di quel periodo, quando venne serializzata per la prima volta sulla storica rivista “Orient Express”? Quali erano le sue emozioni?

“Altro esperimento, altra sfida. Sarei stato in grado di riportare in termini fumettistici il dramma di Shakespeare, senza perdere d’efficacia? Così m’inventai un teatrino ambulante, tipico dell’epoca, e decisi di affidare la riduzione della tragedia al segno di Giorgio Trevisan, il cui tratto sfumato si sposava perfettamente con l’epoca storica in cui era ambientata, mentre Ivo Milazzo avrebbe realizzato la parte collocata nel presente di Ken. Poi, visto che sarebbe stato proposto all’interno della sezione a colori di una rivista di ampio formato, chiesi a entrambi di usare direttamente l’acquerello sulle tavole. Altra novità per l’epoca. Questa fusione di stili diversi ha accresciuto la qualità dell’opera, a mio avviso.”

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Due cover della rivista “Orient Express”

Perché la necessità di narrare a fumetti l’Amleto di Shakespeare in alternanza analogica con l’inizio della fuga di Ken Parker da Boston?

“Come al solito, dovevano essere due racconti separati. Per un fuggitivo, camuffarsi tra gli attori di una compagnia teatrale girovaga rappresentava un espediente perfetto. Dopodiché, bisognava pur vederli all’opera questi guitti. Così, probabilmente, sono tornati a emergere il mio amore per il teatro e le mie esperienze filodrammatiche, iniziate già alle elementari.”

In Un principe per Norma spicca la figura di Marilyn Monroe…

“Nella storia, le ho donato la parte che aveva sempre desiderato, quel ruolo serio e drammatico che nessun regista le ha mai affidato e al quale lei invece aspirava. Ho poi descritto il suo desiderio di amore e di maternità.

Anche i personaggi della compagnia di cui Norma fa parte hanno tutti quanti volti di attori di cinema e di teatro. Ai lettori il divertimento di riconoscerli.”

E cosa può dirci, invece, dei quattro episodi che compongono Il respiro e il sogno [vol. 31], capolavoro assoluto della storia del fumetto italiano?

“Per realizzarli mi sono dovuto inventare una nuova grammatica nella narrazione per immagini. L’idea era quella di fondere insieme fumetti, illustrazione e cinema, pervenendo a un risultato che si aprisse anche ad altre possibilità.”

Vale a dire?

“La principale era quella di creare cortometraggi, dei motion comics, che utilizzassero le vignette come fotogrammi, quindi i ballon avrebbero infastidito le eventuali operazioni di ripresa e montaggio. All’epoca non esisteva il photoshop e sarebbe stato impossibile eliminarli.

Oggi abbiamo potuto realizzare il motion comic allegato in formato DVD al volume di Welcome to Springville pubblicato da Mondadori Comics proprio grazie alle nuove tecnologie.”

Possiamo sperare anche in una serie di motion comics dedicati ai racconti de Il respiro e il sogno, allora. Magari accompagnati da una soundtrack concepita da lei, visto il suo spiccato amore per la musica. Ma al momento la cosa che ci colpisce di questa antologia è il modo in cui anticipava certe sensibilità…

“Sì, per esempio Soleado è stato pubblicato molti anni prima che uscisse il film L’uomo che sussurrava ai cavalli, guarda caso interpretato da Robert Redford.”

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Ken Parker in “Soleado” Una cover della rivista “Orient Express” Una copertina di “Ken Parker Magazine”

Tornando alla continuity del personaggio, dopo Dove muoiono i titani e Un alito di ghiaccio [vol. 31], usciti originariamente sulla rivista “Comic Art”, si giunge a una nuova fase, con storie in bianco e nero – ristampate a partire dal numero 32 della collana Mondadori Comics – concepite per il “Ken Parker Magazine”, una pubblicazione dei primi anni Novanta. Quali obiettivi si poneva, a distanza di diversi anni dalla conclusione della serie edita da Bonelli?

“Nessun obiettivo preciso. In queste storie Ken incomincia riflettere sulla sua vita. Nella serie della Cepim [corrispondente ai vol. dall’1 al 29 dell’edizione Mondadori Comics, N.d.R.] avevo riversato tutto il mio fervore giovanile e ideologico, le mie alte aspirazioni, la voglia di indicare una strada per un mondo migliore. E siccome Ken è sempre stato il mio alter ego letterario (la sua età e la mia coincidono, lui invecchia con me), quando, ormai quarantenne, incomincia a tirare le somme della sua vita, esattamente come le stavo tirando io all’epoca in cui scrivevo quelle storie, deve constatare che queste non tornano. Non tornavano neppure a me.”

In effetti per lungo tempo sono il freddo e il ghiaccio a prevalere nelle storie di “Ken Parker”. E a quei paesaggi invernali o artici sembra corrispondere lo stato d’animo del protagonista, sempre più sperduto, senza una rotta definita…

“Sì, perché dopo gli anni della grande utopia, della giustizia per tutti, anche Ken deve constatarne il fallimento. E così finisce per il ripiegarsi nell’intimo mentre le sue storie si caricano di una maggiore amarezza.”

Dall’epica di un John Ford si sfocia spesso in uno scenario dolente e crepuscolare che può ricordare Gli spietati di Clint Eastwood…

“Un film bellissimo.”

Inoltre si nota un rigore diverso, la volontà di portare avanti la saga senza andare alla ricerca di tematiche “forti”. Ancora più che in passato le storie sembrano emergere con naturalezza dai personaggi stessi. Alla storia eclatante, ma magari estemporanea, si sostituisce l’afflato della grande epopea avventurosa che procede senza spettacolarizzazioni a tutti i costi…

“Più che altro c’è stata la possibilità di curare maggiormente la continuity e di acquisire, dal punto di vista grafico – grazie alla nascita dello studio Milazzo, fucina di nuovi autori – uno standard qualitativo costante rispetto ai traumatici balzi precedenti.”

Entrano in scena anche nuovi personaggi, uno dei quali disturbante nel suo assomigliare a un demone con l’aspetto di angelo: la cacciatrice di taglie Fanny, una creatura priva di qualsiasi scrupolo che, nella sua amoralità, sembra anticipare addirittura alcune carattersitiche Myrna Harrod, la nemesi di Julia.

“Volevo una figura pericolosa, ma anche erotica e sensuale, ben diversa dalle donne che si vedevano nei western classici. Un personaggio femminile forte, determinato, che affronta Ken alla pari, senza complessi.”

Anche certe situazioni si fanno più scabrose…

“Nei dialogi e nei linguaggi potevo finalmente permettermi di essere ancora più più crudo e realistico. Ma per fortuna, anche presso altri editori, non ho mai subito preclusioni.”

(Questo post è dedicato alla memoria del compianto Giuseppe Barbati, disegnatore prematuramente scomparso nel novembre del 2014. La sua formazione artistica è passata anche attraverso la sua esperienza su “Ken Parker”, lavorando all’interno dello studio Milazzo.)

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