Ken Parker: quando fiction e avventura incontrano il realismo storico

Giunta alla sua terza uscita, la collana “Ken Parker Classic” incomincia a immettere, all’interno delle epocali storie che la caratterizzano, abbondanti dosi di verità storiografica, frutto dell’accurata documentazione dei suoi creatori, lo sceneggiatore Giancarlo Berardi e il disegnatore Ivo Milazzo.

Blog 22 luglio 2015 alle 12:00

Ken Parker” nell’edizione deluxe giunta da pochi mesi a conclusione e contraddistinta da un inedito, intensissimo capitolo finale – intitolato Fin dove arriva il mattino – che ha tirato, dopo quasi vent’anni, le fila della saga, oppure nella versione “Classic”, attualmente reperibile ogni settimana in tutte le edicole, le fumetterie, le librerie e gli store online.

Si tratta di due iniziative con finalità differenti. La prima racchiude il corpus definitivo del lungo ciclo dedicato al biondo trapper del Wyoming. In cinquanta volumi – ciascuno dei quali ordinabile attraverso i normali canali librari e il sito di Mondadori Comics – sono comprese tutte le storie canoniche e in continuity del personaggio ideato quattro decenni fa dallo sceneggiatore Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo.

Un’opera completa, quindi, comprensiva degli articoli di approfondimento del giornalista ed esperto di fumetti Luca Raffaelli; delle illuminanti considerazioni a margine effettuate da un parterre straordinario di critici e intellettuali in veste di ospiti (Daniele Barbieri, Giulio Cesare Cuccolini, Gino Frezza, Sergio Brancato, Goffredo Fofi, Giulio Girello, Renato Genovese, Marco Pellitteri, Ferruccio Giromini, Gianni Brunoro, Pieluigi Gaspa, Silvano Mezzavilla, ecc.); delle preziose foto d’epoca provenienti dall’archivio personale di Ivo Milazzo; delle precise indicazioni temporali e geografiche riguardanti i singoli episodi; delle cover e delle illustrazioni con colori acquerellati che hanno contribuito a far entrare la serie nella leggenda del fumetto italiano.

Una collana monumentale, quindi, capace di esaltare – con le sue tavole riprodotte in ampio formato, su carta ad alta grammatura e con una qualità di stampa superiore – le capacità artistiche dei disegnatori coinvolti nella sua realizzazione e degna di impreziosire ulteriormente – grazie a qualità grafiche e cartotecniche di assoluto prestigio – le mensole più in vista delle biblioteche personali.

Un’edizione da collezionisti – seppur proposta a un prezzo quanto mai popolare e competitivo – studiata per i palati più esigenti e per sfidare il tempo e le mode. Cinquanta albi in formato gigante da regalarsi per il proprio piacere e quello dei propri famigliari, ma anche da presentare sotto forma di dono, in parte o nella sua interezza, a parenti e amici appassionati di buona narrativa a fumetti, magari in occasione di eventi e celebrazioni importanti.

La collana “Ken Parker Classic”, invece, viene proposta in una veste più light e maneggevole, adatta per la fruizione immediata, nei momenti più disparati della vita quotidiana: viaggi sui mezzi pubblici, pause di lavoro, tempo libero trascorso in casa o all’aperto. Le dimensioni sono quelle dell’F423, un format gia adottato da Mondadori Comics – in anteprima assoluta per l’Italia e riscuotendo l’immediato interesse dei lettori – per serie come la fantascientifica “Hammer” e la spionistica “Empire USA”. Altezza e larghezza degli albi sono pertanto maggiori rispetto a quelle di un normale libretto “bonelliano”, mentre lo spessore – grazie alle caratteristiche della carta, sempre di alta qualità, ma assai più leggera e sottile – appare inferiore, sebbene le tavole su cui si sviluppa la storia restino le novantasei canoniche.

Ogni numero di “Ken Parker Classic” contiene un solo episodio (mentre la deluxe ne propone due o più) ed è privo di redazionali di accompagnamento. La serie nella sua interezza dovrebbe constare di circa cento uscite, concludendosi, anche in questo caso, con il crudo e controverso Fin dove arriva il mattino.

Ma andiamo ad analizzare adesso lo specifico degli albi di “Ken Parker Classic” in uscita in questi giorni.

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Un esemplare originale di fucile Kentucky

L’avventura d’esordio, Lungo Fucile (pubblicata da Mondadori Comics il 9 luglio), introduce il personaggio principale. Il titolo della storia fa riferimento al nome col quale Ken Parker – un trapper che si procura da vivere col commercio delle pelli nel Nord-Ovest degli Stati Uniti – è conosciuto dai nativi americani. La sua arma preferita è, infatti, un fucile Kentucky ad avancarica, famoso per la sua precisione nei tiri da lunga distanza.

L’azione prende il via il 21 dicembre del 1868, quando il protagonista ha appena compiuto ventiquattro anni (nella finzione narrativa è nato a Buffalo, nel Wyoming, il 20 novembre del 1844), e si sviluppa per tutta la stagione invernale del 1869.

Dopo aver, infatti, assistito impotente alla morte di suo fratello Bill – apparentemente ucciso e scalpato da una banda di pellirosse – Ken Parker si aggrega all’esercito, in qualità di scout, per braccare, tra il freddo e le nevi dell’America settentrionale, i presunti colpevoli dell’efferato assassinio.

© Warner Bros.

© Warner Bros.

Lungo Fucile propone una trama densissima e incalzante, degna dei grandi classici del cinema della grande frontiera. Lo sceneggiatore Giancarlo Berardi ha, in effetti, affermato che nonostante la figura di Ken Parker sia stata ispirata a quella di Jeremiah Johnson, il character interpretato dall’attore Robert Redford nel film Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!, diretto nel 1972 da Sydney Pollack, e benché la sua serie a fumetti sia stata più volte associata allo spirito del cosiddetto “western revisionista” impostosi nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, in realtà è stato lo stile epico di grandi registi come John Ford, Raoul Walsh, Anthony Mann e Fred Zinnemann ad averlo maggiormente influenzato.

Quindi non Piccolo Grande Uomo, Un uomo chiamato Cavallo o Uomo bianco, vai col tuo dio!, così come in molti hanno sempre erroneamente pensato, quanto piuttosto Sentieri selvaggi, L’uomo di Laramie, Dove la terra scotta, Gli amanti della città sepolta, Ombre rosse, Mezzogiorno di fuoco e altre gigantesche pellicole della Hollywood dorata degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta.

Dopo gli eventi narrati in Lungo Fucile, ritroviamo Ken Parker in Mine Town, numero 2 della collana, uscito il 16 luglio.

Siamo nell’autunno del 1869 e il protagonista, stavolta in compagnia di piccolo gruppo di amici trapper, riceve l’incarico, da parte di un colonnello dell’U.S.Army, di andare a recuperare in un villaggio di minatori una mandria di capi di bestiame destinata all’approvvigionamento militare.

È in questa storia che Ken Parker si reca dal barbiere per farsi radere la folta barba sfoggiata nel primo episodio – una giusta scelta di Berardi e Milazzo per far apparire il personaggio più giovane e divistico – ed è sempre qui che apprendiamo un paio di caratteristiche fondanti della sua personalità: un desiderio intimo di dolcezza e di amore che passa attraverso gli occhi, il sorriso e il corpo di una donna al suo fianco, ma anche uno strenuo senso della giustizia e finanche della vendetta che non lo fa esitare – in netta contraddizione coi principi pacifisti e garantisti da lui più volte manifestati con parole inequivocabili – a mettere in atto metodi violenti e sanguinari pur di conseguirle.

Mine Town è una vicenda narrata con un ritmo indiavolato alla Howard Hawks – sono presenti echi dei film Un dollaro d’onore e El Dorado – e trovate da spaghetti western alla Sergio Leone (non mancano un paio di citazioni tratte da Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più) che dopo un inizio da commedia brillante, con tanto di gag umoristiche degne di René Goscinny e Albert Uderzo (viene persino omaggiato il corpulento Obelix di Asterix il gallico), sfocia nel dramma più cupo e cruento.

I gentiluomini, il numero che troverete in edicola a partire da domani, 23 luglio, prende, dal canto suo, il via con un intenso antefatto teso a presentare coloro che si riveleranno poi essere gli antagonisti di Ken Parker.

La vicenda si apre con una dolorosa rievocazione della terribile Guerra di Secessione – conflitto che tra il 1861 e il 1865 forgiò attraverso l’odio e le armi i destini dell’America – per spostarsi, in seguito, a Ciudad Juarez, dove, in una torrida notte di fine agosto del 1870, un manipolo di ex guerriglieri sudisti evade da un duro carcere messicano. Un gruppo di desperados senza gloria che torna negli Stati Uniti per dedicarsi alle rapine e che Ken Parker finisce con l’incrociare alla fine dell’estate – il 16 settembre del 1870, per la precisione – nel corso di un tragico assalto a un treno blindato.

Quando I gentiluomini venne pubblicato per la prima volta dalla Cepim (antesignana dell’attuale Sergio Bonelli Editore) era il 1977. La guerra del Vietnam, con tutto il suo strascico di orrori e irrisolte questioni nazionali e internazionali, si era conclusa da poco più di due anni. Inevitabile, quindi, rintracciare nella storia di Berardi e Milazzo – che nella loro epopea western hanno sempre inteso proiettare lo zeitgeist del presente – gli echi di una vicenda dolorosa e traumatica che, nell’arco di un quindicennio, aveva segnato l’immaginario occidentale e gli assetti geopolitici del Sud-Est asiatico.

In Kirk Collins e Mark Butler – due reduci dell’esercito sudista, testimoni di immani carneficine e segnati dall’onta della sconfitta – e negli uomini della banda da loro assoldata, formata da ex miliziani dell’irregolare confederato William Quantrill e capitanata da una coppia di criminali col volto degli attori Lee Marvin ed Ernest Borgnine, si incarnano, insomma, gli spaventosi fantasmi di un conflitto contemporaneo che si sarebbe poi replicato, nei decenni successivi, in altre zone del mondo: Somalia, Afghanistan, Iraq. Da qui, la purtroppo inalterata attualità del lavoro di Berardi e Milazzo, un racconto che per vigore e mood può portare alla memoria le sanguigne pellicole dirette da Robert Aldrich.

A I gentiluomini seguirà, la settimana prossima, giovedì 30 luglio, Omicidio a Washington, uno degli episodi più famosi e programmatici della serie. In quest’occasione, Ken Parker si reca nella capitale degli Stati Uniti d’America per perorare la causa delle tribù indiane, vessate da una linea politica che ha dato mano libera a industrie e compagnie minerarie, mobilitatesi per espropriare con tutti i mezzi, legali e, ancor di più, illegali, i liberi territori dei nativi, onde procedere al loro sfruttamento commerciale.

Giunto a Washington il 2 ottobre del 1870, Ken Parker, che si muove a disagio tra le strade cittadine, va a chiedere udienza a Ely Donehogawa, personaggio storico davvero esistito – era un irochese della tribù Seneca e tra il 1850 e il 1860 aveva studiato legge e ingegneria civile, partecipando poi alla guerra civile dalla parte degli unionisti – che il presidente Ulysses Grant nominò per alcuni anni direttore dell’Ufficio per gli Affari indiani.

Donehogawa – il cui cognome occidentale era, guarda caso, “Parker” – porta con sé il trapper del Wyoming ad assistere a una cruciale seduta del Congresso. In questa sede, che nelle intenzioni dei Padri costituenti avrebbe dovuto essere sacrale, Ken Parker ascolta con disgusto crescente le parole di un senatore che senza alcuno scrupolo etico o morale afferma l’aberrante teoria del “destino manifesto” degli americani di origine europea, chiamati a sottomettere, dall’alto della loro evoluzione, i popoli considerati più arretrati e a colonizzare le loro terre.

Locandina pubblicitaria dell'edizione di "Ken Parker" del 1977

Locandina pubblicitaria dell’edizione di “Ken Parker” del 1977

Mentre, infatti, in Omicidio a Washington, Ely Donehogawa finisce vigliaccamente assassinato da un killer nello studio di casa sua, la verità storica ci dice che il sakem onorario dei Seneca mantenne la carica di responsabile degli Affari indiani fino al 1871. Non fu mai vittima di un omicidio, ma morì completamente povero – a causa di alcune operazioni finanziarie finite male – nel 1895.

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La resa del generale sudista Lee ad Appomattox. Nello staff del nordista Grant, anche Ely Donehogawa

Una “licenza poetica” che Berardi e Milazzo si concedono per conferire maggiore forza emotiva a un tragico momento storico: quello in cui venne decretata, contro i pellirosse e la loro cultura, una vera e propria “soluzione finale” ante litteram.

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