La guerra degli orchi: intervista al disegnatore Giovanni Lorusso

Spettacolare, crudo, epico, inquietante, sorprendente: non ci sono aggettivi sufficienti a descrivere lo spessore narrativo e la forza grafica de La guerra degli orchi, un fantasy che contamina la lezione di Tolkien col cinismo disincantato di George R.R. Martin. Ne parliamo con Giovanni Lorusso, che ne ha illustrato uno dei capitoli.

Blog 1 aprile 2015 alle 12:00

Elfi, nani, orchi, draghi, giganti, negromanti, principi e cavalieri, armate di morti viventi e presenze demoniache. Sembrerebbe la Terra di Mezzo immaginata da J. R R. Tolkien, ma, in realtà, l’equilibrio precario su cui si regge e la cupa inquietudine che attraversa i popoli che la abitano rimandano, più che al mondo de Il Signore degli anelli e de Lo Hobbit, ai continenti di Westeros e di Essos, dove agiscono i personaggi de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, il ciclo di romanzi di George R.R. Martin da cui è stata tratta la serie televisiva di culto Il trono di spade.

Stiamo parlando della dimensione fiabesca in cui è ambientata La guerra degli orchi, la splendida saga heroic-fantasy scritta da Olivier Peru e illustrata dal cinese Daxiong e dall’italiano Giovanni Lorusso, col fondamentale contributo cromatico dei Digikore Studios, che viene proposta questo mese sul quattordicesimo volume della collana “Fantastica”, disponibile nelle edicole, nelle librerie, nelle fumetterie e negli store online.

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© Soleil/Olivier Peru/Daxiong

Protagonista della storia, suddivisa in due capitoli, è Kyl’Tyrson, un orco che sta assistendo al tramonto della sua razza, tanto bestiale e feroce quanto ottusa, annientata dall’astuzia e dal pragmatismo degli elfi, dei nani e degli uomini.

Kyl’Tyrson è, però, diverso dai suoi consimili: non si lancia a testa bassa nella mischia, non si lascia dominare da una crudeltà fine a se stessa, non è prigioniero dei sensi. Al contrario, è dotato intelligenza, di uno spiccato spirito tattico e strategico, di un istinto di autoconservazione che lo spinge a mantenersi distante dal cuore della battaglia, ma anche di una scaltrezza che gli fa preferire l’intrigo e l’inganno per avere ragione dei suoi avversari.

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© Soleil/Olivier Peru/Daxiong

L’ascesa di Kyl’Tyrson è destinata, insomma, a mutare le regole del gioco, sovvertendo le attitudini primordiali del popolo degli orchi e trasformando una stirpe di mostri senza cervello e sull’orlo della scomparsa, in una razza dominante, capace di imporsi sulle altre combinando forza e raziocinio.

Olivier Peru

Ideatore e sceneggiatore de La guerra degli orchi è Olivier Peru, artista trentottenne, originario di Montpellier, capace di spaziare tra vari media. Un talento prolifico e pluripremiato che ha saputo mettersi in evidenza, oltre che nell’ambito del fumetto (con numerose serie, tutte pubblicate dalla casa editrice Soleil), anche come autore di romanzi e di script per la TV e il cinema. Senza dimenticare la sua attività di illustratore, portata avanti in parallelo con la scrittura.

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Daxiong

Disegnatore del primo capitolo de La guerra degli orchi (dal titolo L’arte della guerra) è Daxiong, nome d’arte di Guo Jing Xiong, cinese di Shanghai, classe 1975. Dopo aver fondato l’importante studio orientale Qicartoon, Daxiong, nel 2008, si è poi trasferito negli Stati Uniti, dove, a New York, ha dato vita ai Flag Studios. In terra americana, l’artista ha lavorato su “Justice League of America” della DC Comics, nonché sui franchise a fumetti di Guerre Stellari e della serie TV Fringe.

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Un volume di illustrazioni di Daxiong

A curare la parte grafica di Guerra e pace – questo il titolo del secondo atto de La guerra degli orchi – troviamo, invece, Giovanni Lorusso, trentaquattrenne cartoonist pugliese che i lettori italiani hanno forse già avuto modo di apprezzare di recente su Il tesoro di Bisanzio, un bell’albo autoconclusivo inserito all’interno della collana antologica “Le storie”, prodotta dalla Sergio Bonelli Editore.

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© Soleil/Olivier Peru

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Giovanni Lorusso

La guerra degli orchi ha rappresentato il primo banco di prova in assoluto per Lorusso, che abbiamo voluto raggiungere per scambiare quattro chiacchiere su questa sua esperienza e, in generale, sulla sua attività artistica.

Ciao, Giovanni e benvenuto sulle pagine del blog di Mondadori Comics. Vuoi parlarci dei tuoi inizi come disegnatore, di ciò che artisticamente ti piaceva e dei tuoi esordi professionali?

Ciao a voi e a tutti coloro che ci stanno leggendo. Il mio primo approccio ai fumetti risale al 1989, quando tra le mani mi capitò un albo edito dalla Sergio Bonelli Editore (il primo di cui entrai in possesso): si trattava de La casa infestata, un numero di “Dylan Dog” disegnato dal mitico Claudio Castellini. Da quel momento in poi ho iniziato a recuperare tutto i lavori illustrati da lui, che ancora oggi continua a essere uno dei miei idoli, anche se, col tempo, ognuno acquisisce una propria, autonoma sensibilità artistica. In breve, ho partecipato a tantissimi concorsi, ho frequentato tante fiere del fumetto, ho incontrato tantissimi editor e autori che, grazie alle loro critiche e ai loro commenti, mi hanno aiutato a crescere.

Ho avuto la fortuna di non fare tanta gavetta. Infatti, prima di iniziare a disegnare il secondo capitolo de La guerra degli orchi, non avevo mai pubblicato nulla. Il mio procuratore, Tommaso D’Alessandro, direttore dell’agenzia Tomato Farm, ha avuto il merito di indirizzarmi subito sulla strada giusta. Ho collaborato per un anno con la casa editrice Soleil e con lo sceneggiatore Olivier Peru, per poi approdare alla Sergio Bonelli Editore, per la quale lavoro da ormai due anni.

Se dovessi indicare oggi il mio personale gotha dei disegnatori, potrei dire che si è ampliato tantissimo. Consiglierei a tutti di studiare bene, oltre a maestri come Moebius, Sergio Toppi o Alberto Breccia, anche altri artisti contemporanei che stimo molto: potrei citare Alex Alice, Mathieu Lauffray, Ralph Meyer, Alberto Varanda, ma anche gli italiani Raul e Gianluca Cestaro, Corrado Mastantuono, Massimo Carnevale, Stefano Andreucci e Roberto de Angelis. Invece tra i disegnatori nostrani che lavorano per il mercato americano ho sempre ammirato Sara Pichelli, Carmine Di Giandomenico, David Messina e Marco Checchetto, Certo, potrei continuare all’infinito e quindi preferisco fermarmi qui, anche perché quando si parla di illustratori, sarebbe doveroso entrare nel merito delle caratteristiche e dei punti di forza che ognuno di loro possiede.

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© Soleil/Olivier Peru/Giovanni Lorusso

Su La guerra degli Orchi sei giunto in un secondo momento, subentrando al cinese Daxiong. Come sei approdato al progetto e come si è svolta la tua collaborazione con Olivier Peru?

Ho ricevuto la sceneggiatura e ho affrontato una sorta di provino grafico di tre tavole. Approvate queste, ho iniziato a lavorare al volume.

Olivier Peru è un professionista meticoloso, pignolo e pieno di ardore che mi ha trasmesso tantissima esperienza, facendomi capire alcuni aspetti che, per chi non ha mai lavorato nel settore, sembrano non esistere. Intendo dire che disegnare fumetti non consiste semplicemente nel riprodurre corpi e sfondi, ma è anche nello studiare le inquadrature e i tagli di pagina, nell’analizzare i testi, nel lavorare sulla gestualità dei personaggi e così via. Peru, in tal senso, mi ha dato tanto e non posso che ringraziarlo.

Hai realizzato tu i layout della tavola oppure, così come accaduto a molti disegnatori, anche già affermati, che si sono trovati a lavorare per la prima volta su un album francese, ti è stato affiancato qualcuno che ha realizzato il cosiddetto découpage?

Sì, ho fatto tutto io. In realtà non conoscevo questa strana pratica di far realizzare la “regia” delle tavole a qualcuno che non fosse il disegnatore. Per La guerra degli orchi ho allestito ogni cosa, disegnando prima i layout, che venivano in seguito visionati da Peru, nel caso in cui ci fossero state correzioni da effettuare, per poi passare alle tavole definitive. Ho scoperto questa pratica del découpage solo da qualche mese, collaborando con un altro sceneggiatore su un altro progetto.

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Varie fasi del ripasso a china di tavole e vignette realizzate da Lorusso per “La guerra degli orchi” © Soleil/Peru/Lorusso

Quali riferimenti grafici ti sono stati forniti per la visualizzazione degli ambienti e dei personaggi de La guerra degli orchi?

Io credo che – Tolkien a parte – ognuno di noi debba documentarsi per una propria cultura e per una conoscenza generale. All’inizio mi sono stati affidati gli studi sui personaggi e il primo tomo in PDF. Una volta dato uno sguardo al lavoro svolto in precedenza, ho iniziato a fare ricerche sui draghi, sulle armature e sulla psicologia di ogni singolo personaggio, guardando un po’ in giro, un po’ in Rete, un po’ sui volumi che avevo in casa. Insomma le ricerche dovrebbero comprendere vari spunti da cui attingere e non ci si dovrebbe fermare ad una sola fonte.

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© Soleil/Olivier Peru/Giovanni Lorusso

Rispetto a quello di Daxiong, il tuo tratto appare ancora più mosso e denso di chiaroscuri. Alcune sequenze spettacolari, come quella riguardante l’apparizione di un terrificante gigante dei ghiacci, ci hanno molto colpito…

Vi ringrazio per i complimenti. Io non posso parlare del mio tratto perchè credo di essere cambiato tanto rispetto a quando ho lavorato su La guerra degli orchi. In certe vignette non mi riconosco neanche. Non nascondo che sulla sequenza del gigante mi sono divertito tanto, perchè mi piacciono le inquadrature spettacolari e ancor di più gli elementi maestosi. Credo che il fumetto abbia le stesse potenzialità del cinema di far rimanere il lettore affascinato e impressionato dalla grandezza di certe costruzioni o di certi mostri e di qualsiasi altro elemento che in natura non potremmo mai trovare. Ma, a differenza del cinema, il fumetto ha la possibilità di giocare coi dettagli, che il tempo cinematografico deve per forza tagliare.

Digikore, lo studio grafico indiano che ha curato i cromatismi de La guerra degli orchi, è lo stesso di Tenebre, la serie realizzata da Christophe Bec e Giuseppe “Iko” Ricciardi che si è rivelata una hit della collana “Fantastica”. Hai fornito indicazioni di colore o ti sei trovato davanti al prodotto finito?

Ho dato solo qualche indicazione su alcuni particolari a cui tenevo, per il resto ho lasciato che si occupasse Peru della parte cromatica, perchè è lui stesso illustratore e lavora a colori, quindi sapevo di essere in buone mani. Infatti il prodotto finale poi si è presentato pienamente soddisfacente.

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Sketch e tavole di Lorusso per “Il tesoro di Bisanzio” © Sergio Bonelli Editore

Dopo La guerra degli orchi e prima de Il Tesoro di Bisanzio, lo one-shot realizzato – su testi di Giancarlo Marzano – per la collana “Le Storie” della Sergio Bonelli Editore, hai avuto esperienze su altre serie transalpine?

No, una volta terminato il secondo album de La guerra degli orchi, ho affrontato un periodo di nullafacenza durato sei mesi e nient’affatto desiderato. Dopo questo gap, sono approdato in casa Bonelli su Il Tesoro di Bisanzio, progetto che mi ha particolarmente colpito e spinto a un cambiamento artistico. Cambiamento che mi ha riportato a collaborare – oltre che con la Bonelli, che mi ha affidato una nuova storia – con editori e autori transalpini. In questo momento, infatti, sto affiancando Didier Poli [che i lettori della collana Prima conoscono come uno degli straordinari artefici grafici di Elric, N.d.R], ideatore e “regista” di Perseo, primo tassello di un suo vasto e ambizioso affresco fumettistico sulla mitologia greca, prodotto dalla Glénat. Inoltre, la Soleil mi ha coinvolto in un progetto basato sulle vicende storiche della famiglia de’ Medici a Firenze.

Cosa ha significato per te giungere finalmente a lavorare per la principale factory del fumetto in Italia?

Bella domanda! Vi racconto un piccolo aneddoto: Negli anni Novanta spedii alla Bonelli delle tavole di prova che furono visionate dall’editor Decio Canzio e che furono scartate. Ricevetti una lettera in cui mi si chiariva che ero ancora troppo acerbo per lavorare nel campo del fumetto e mi consigliavano di continuare a esercitarmi. Io sono di indole testarda e amo le sfide, per cui presi quel consiglio e ne feci il mio motto di battaglia, iniziando cosi a studiare tutto nei dettagli: anatomia, prospettiva, ombre, tecniche di inchiostrazione e quant’ altro, cercando di migliorare e di crescere. Due anni fa, entrato in Bonelli, ho ripensato all’episodio e mi sono sentito un vincitore, perché credo che chiunque voglia qualcosa, debba prendere delusioni e frustrazioni e trasformarle in energie positive, in voglia di fare di più, voglia di superare i propri limiti. La Bonelli per me non è solo una cosa editrice, ma una grande famiglia, composta da persone che trattano gli altri come persone. Questo può sembrare scontato, ma non lo è. Quando mi hanno mandato il contratto con i post-it attaccati qua e là e con mille riferimenti scritti a mano, mi è venuto da sorridere perchè sembrava introdurre un rapporto amichevole più che lavorativo. Questo crea un clima sereno che aiuta tanto e che trasmette tranquillità. Io augurerei a tutti di lavorare per loro, non per il lavoro in sé, ma per il clima che si respira.

Ci illustri brevemente le tue tecniche e il tuo metodo di lavoro?

Ho attraversato diverse fasi della mia vita, così come, credo, tutti i disegnatori. Ho usato e uso tanti materiali diversi. Partiamo dal principio: innanzitutto preparo un layout della tavola, cercando di mettere in risalto l’espressività dei personaggi e di tenere sott’occhio lo spazio per i ballon. Una volta effettuato questo primo step, inizio a lavorare a matita sulla pagina definitiva (il formato è, più o meno, quello di un foglio A3) che poi passo allo sceneggiatore per le correzioni. Una volta ricevuto l’ok, inizio a inchiostrare. Per l’inchiostrazione si possono spendere tante parole, ma credo che ognuno faccia dei passaggi quasi obbligati di conoscenza e sperimentazione del materiale. Io ho iniziato con i pennarelli calibrati (0.1, 0.2, 0,5 e tutta una serie di penne ormai vecchie e dalle punte distrutte), per poi passare al pennello, mentre attualmente utilizzo la Fude pen per i personaggi e i pennarelli per gli sfondi. Ma è sempre un metodo in fase di evoluzione e di ricerca continua. Non esiste una regola precisa, oltre quelle standard, su cosa sia giusto o meno usare. È sempre tutto molto soggettivo.

Ti ringraziamo per essersi intrattenuto con noi, Giovanni.

Grazie a voi per la gentilezza e per avermi offerto questa bella opportunità di conversazione. Mi concedete solo di dire un’ultima cosa?

Ma certo, tutto quello che vuoi!

Vorrei dare un consiglio a tutti quei ragazzi che cercano di sfondare nel campo del fumetto come disegnatori. Non perdete la fiducia, perché di porte in faccia se ne prendono in quantità industriale. Però, come ho già detto prima, questo deve servire ad andare avanti e a fare di meglio. Studiate, studiate e studiate ancora! Non tralasciate nulla: studiate la prospettiva, l’anatomia, l’espressione dei volti, le gestualità dei corpi. Siate curiosi e guardate sempre il mondo con gli occhi di un bambino. Non date mai nulla per scontato, perché l’evoluzione è la chiave per andare avanti e per accrescere la propria sensibilità artistica.

Parole bellissime, cariche di energia e di speranza, Giovanni. Siamo contenti di poter chiudere così questa intervista. Grazie ancora.

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