L’epilogo di Ken Parker: la parola a Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo

Un capitolo finale epico, commovente, spiazzante, che sta dividendo i lettori e facendo montare accese polemiche in rete. Ma del resto, non poteva essere altrimenti, se il protagonista della storia è Ken Parker, personaggio che ha sovvertito le regole creative e le modalità di lettura del fumetto popolare italiano. Scopriamone i retroscena con gli autori.

Blog 15 aprile 2015 alle 12:00

Contiene spoiler!”

Si tratta di un’espressione gergale ormai notissima a chi si aggira tra i siti web alla ricerca di informazioni su film, serie TV e storie a fumetti. È l’avviso per chi vuole tenersi lontano dalle anticipazioni di colpi di scena e di finali a sorpresa contenute in opere di entertainment non ancora guardate o lette, il “keep out!” che preannuncia la possibilità, per gli incauti, di rovinarsi non solo una rivelazione inaspettata, ma soprattutto un’emozione, se non addirittura un’esperienza.

Ecco, per la prima volta sulle pagine di questo blog, ci premuriamo di utilizzare questa espressione: “Contiene spoiler!”.

Se non avete ancora tra le mani il numero 50 di “Ken Parker nell’edizione di Mondadori Comics, dove viene presentato Fin dove arriva il mattino, capitolo conclusivo e inedito di una delle saghe western più belle, profonde e amate dell’intera storia del fumetto italiano, vi consigliamo caldamente di non proseguire nella lettura di questo post. Vi aspettiamo qui dopo che ve lo sarete procurati e sarete giunti fino all’ultima tavola della storia di 126 pagine concepita dagli autori della serie, lo sceneggiatore Giancarlo Berardi e il disegnatore Ivo Milazzo.

Se invece l’avete già fatto – il volume è entrato in distribuzione nelle edicole, dove resterà per due mesi, nelle fumetterie, nelle librerie e negli store online lo scorso 10 aprile – allora potete anche andare avanti senza rischi, per trovare conforto, illuminazione o – perché no – ulteriori motivi di rabbia (fa tutto parte delle regole del gioco narrativo) nei confronti di una vicenda serrata e intensa che, comunque la si voglia vedere, qualunque sia l’opinione che si è maturata su di essa, ha il merito supremo di non lasciare indifferenti.

Quando i critici dissentono tra di loro, l’artista è d’accordo con se stesso”, sosteneva Oscar Wilde nell’introduzione a Il ritratto di Dorian Gray. E mai aforisma fu più efficace per descrivere gli effetti che Fin dove arriva il mattino ha suscitato tra il pubblico di “Ken Parker”, composto da tanti nuovi appassionati, ma anche da innumerevoli seguaci di antica data – lo “zoccolo duro”, la “vecchia guardia” – che anelava da diciassette anni, da quando, cioè, la Sergio Bonelli Editore pubblicò Faccia di rame, per lungo tempo rimasta l’ultima avventura interpretata dal biondo trapper del Kentucky (un vero e proprio graphic novel riproposto integralmente sul numero 47 della collana targata Mondadori Comics).

Faccia di Rame

Ken Parker n. 47
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Una platea che, grazie a un’iniziativa editoriale nuova e ambiziosa, ha potuto ripercorrere, in un’unica soluzione rivista e aggiornata da Berardi e Milazzo, la lunga e travagliata epopea di un personaggio da sempre ritratto con le caratteristiche dell’antieroe, un uomo guidato da valori etici e morali ben precisi, ma, allo stesso tempo, incapace di sottrarsi alle glaciali tormente della vita e alle ingiurie del tempo che passa inesorabile.

In “Ken Parker” gli autori avevano voluto riversare tutte le tensioni sociali e politiche nate col Sessantotto e riesplose con le contestazioni del Settantasette (non a caso, l’anno di esordio della serie originale, uscita sotto l’etichetta Cepim, antesignana della Bonelli). L’avevano fatto in maniera sotterranea, nascondendole tra le pieghe profonde di una narrazione destinata all’intrattenimento popolare, ma facendole poi deflagrare in capitoli-chiave come Sciopero e I ragazzi di Donovan (ripubblicati sui numeri 29 e 30 dell’edizione Mondadori Comics).

Proprio a seguito degli eventi di Sciopero, in cui Ken Parker – prendendo parte a una protesta operaia repressa nel sangue dalle forze dell’ordine – aveva ucciso un poliziotto a cavallo, Berardi e Milazzo avevano aperto al loro personaggio la via del carcere. Da lì, vent’anni di prigionia, mostrati a sprazzi, in tutta la loro drammaticità, in storie come Un soffio di libertà (“Ken Parker” numero 41), I condannati (numero 44) e quel Canto di Natale che, dopo essere stato pubblicato qualche anno fa, a tiratura limitata, sotto forma di portfolio, è stato per la prima volta ristampato, a prezzo popolare e, anche in questo caso, a colori, sul numero 49 (il penultimo) della collana prodotta da Mondadori Comics. Un necessario antefatto all’intreccio di Fin dove arriva il mattino.

I condannati

Ken Parker n. 44
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La storia ha inizio nel 1908. Un ormai sessantacinquenne Ken Parker, la cui condanna era a vita, ha però potuto usufruire di un generale indulto presidenziale, probabilmente emanato dallo spregiudicato Theodore Roosevelt, allora ancora seduto sulla poltrona della Casa Bianca, poco prima che gli succedesse William H. Taft.

Il paesaggio è quello del Montana, luogo di tante sue avventure giovanili, dove il trapper si aggira portandosi addosso tutto il peso dei suoi vent’anni trascorsi ai lavori forzati, cercando di resistere a ogni genere di sopraffazione.

Adesso è un uomo duro, sembra aver perso ogni illusione. E quando incontra una banda formata da suoi ex compagni di carcere, in procinto di attuare una rapina in un general store, si unisce a loro. Ha definitivamente rinunciato a ogni dirittura morale e etica?

Il fatto che assista in maniera apparentemente inerte, quasi indifferente, allo stupro sistematico perpetrato dai banditi ai danni di due prigioniere utilizzate come ostaggio, Olivia e Frances, madre e figlia, sembra confermarlo.

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Ken Parker è, insomma, più solo che mai, aggregato a un branco di cani rabbiosi, coi quali può condividere solo un destino di violenza, e lontanissimo dai suoi affetti, in particolare suo figlio Teddy.

Andrà a finire nel peggiore dei modi. In un’alternanza di piani temporali, tra il presente narrativo del 1908 e i flashback rivisti e ampliati del racconto Canto di Natale, Ken Parker vedrà materializzarsi definitivamente i fantasmi della sconfitta esistenziale e del tradimento dei suoi vecchi ideali. Un finale che sembra mutuato da qualche crudo racconto verista di Giovanni Verga, scrittore siciliano considerato da Berardi come un punto di riferimento essenziale nella sua personale visione poetica.

Non più Pat O’Shane, non più la cagnolina Lily, non più sterminati spazi naturali capaci di strappare via dolori e malinconie dall’anima. Solo una morte quasi solitaria, mentre sta sorgendo una fredda alba.

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Davvero il tragico epilogo di “Ken Parker” sancisce la scomparsa di qualsiasi speranza in un futuro migliore? Davvero Fin dove arriva il mattino rappresenta la sovversione in negativo degli aneliti a un mondo migliore su cui si è fondata per decenni la serie?

I lettori che ne avranno il tempo e la possibilità, potranno esternare i propri giudizi, i propri dubbi, i propri interrogativi agli autori in persona, che dopodomani, venerdì 17 aprile, alle 18 e 30 presenteranno il cinquantesimo e conclusivo numero di “Ken Parker” al terzo piano della Libreria Mondadori di Piazza Duomo a Milano. Un confronto, quello col pubblico, che si preannuncia caldissimo e serrato.

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Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo a Lucca Comics & Games 2014

Ma siccome noi di Mondadori Comics prima ancora che editor e pianificatori editoriali, siamo innanzitutto lettori appassionati (e non potrebbe essere altrimenti, perché altrimenti non faremmo bene il nostro mestiere), non abbiamo voluto negarci il privilegio di rivolgere, per primi, le nostre domande a Berardi e Milazzo. Una serie di quesiti rivolti loro a caldo, quando ancora l’impatto emotivo suscitato in noi dalla visione in anteprima delle tavole di Fin dove arriva il mattino, era assai forte.

E incominciamo proprio col disegnatore, Ivo Milazzo, che nel capitolo finale di “Ken Parker”, di cui è anche il creatore grafico, ha dato un’ulteriore svolta al suo percorso artistico, improntato da tempo su una radicale sintesi espressionista:

Mondadori Comics: Ivo, come si è preparato alla realizzazione di Fin dove arriva il mattino?

Ivo Milazzo durante una sessione di dediche

Ivo Milazzo durante una sessione di dediche

Ivo Milazzo: Ken Parker ha rappresentato, per lungo tempo, uno specchio in cui riflettevo i miei personali cambiamenti del fisico e dello spirito. L’impegno nella realizzazione grafica di ogni storia richiede sempre la necessaria immedesimazione nelle vicende previste dal plot narrativo, altrimenti non si potrebbe rendere concreta la comunicazione delle emozioni. L’idea di tornare su questo importante personaggio che ha attraversato il mio percorso professionale e’ stata all’inizio emozionante, come un salto a ritroso negli anni. Poi, mano a mano che lo riportavo al mio presente, ho preso coscienza che e’ stato uno splendido compagno di viaggio ma anche che appartiene al passato.

MC: Il suo stile sembra giunto, in questa storia, a una mediazione tra l’estremismo sintetico ed espressionista dei suoi ultimi lavori e una mezzatinta che tende ad addolcirne le spigolosità e a dare profondità alle scene…

IM: Una caratteristica del mio disegno e’ che, pur mantenendo costante la scelta espressionistica nell’impiego di contrasti tra luce ed ombra, non è mai stato uguale a se stesso. Sono alla continua ricerca dell’efficacia artistica, come è avvenuto con l’uso del colore ad acquerello. Avendo la possibilità di disporre di una scansione in scala di grigio delle tavole originali, già impiegata altre volte, negli ultimi anni, per ottenere i massimi risultati, in fase di stampa, dal mio tratto, ho pensato di sfruttarla diverse volte, in Fin dove arriva il mattino, per pervenire a una maggiore forza di suggestione nelle differenti ambientazioni. Oggi mi e’ chiaro quanto sia essenziale per me programmare il giusto tempo per realizzare una storia.

MC: Quali tecniche ha adottato, nello specifico?

IM: la consueta: pennarello indelebile e pennello.

MC: Quali sono stati i momenti più impegnativi nella realizzazione delle tavole? Le sequenze della tempesta di neve, per esempio, devono averle richiesto un bel tour de force…

IM: L’inizio e’ da sempre la mia bestia nera: un contrasto di sensazioni tra entusiasmo e fatica.

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MC: Ha usato delle precise reference per la visualizzazione degli ambienti interni ed esterni e dell’abbigliamento dei personaggi?

IM: La documentazione necessaria. Un impegno in parte già espresso per Canto di Natale.

MC: Cosa ha provato quando si è ritrovato a leggere la sceneggiatura della tragica sequenza finale della storia? Supponiamo che anche una persona avvezza, come lei, alle svolte narrative più imprevedibili, deve aver provato un tuffo al cuore…

IM: La sceneggiatura giungeva man mano che realizzavo le tavole. Le ultime sei pagine sono arrivate a gennaio 2015. Il ciclo di questa saga dal percorso riccamente variegato o accidentato, a seconda dei punti di vista, ha concluso la sua corsa e il finale non avrebbe potuto essere diverso, se non in linea con le caratteristiche dell’ uomo Ken Parker.

MC: Cosa ha pensato quando ha terminato di inchiostrare l’ultima tavola di Fin dove arriva il mattino?

IM: Che il compito assunto con i lettori, che hanno accompagnato il personaggio con immenso affetto per tutti questi anni, era esaurito. Ho coscienza di essere un uomo privilegiato nella vita in quanto ho potuto esprimere un talento creativo. In questo i lettori hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale. Posso solo abbracciarli virtualmente tutti con gratitudine.

MC: Pensa che “Ken Parker” avrebbe, dal punto di vista narrativo, meritato un destino migliore o è soddisfatto di questo epilogo, ritenendolo l’unico possibile?

IM: Ritengo sia la naturale conclusione che spetta alla vita di ogni essere umano.

MC: Quali sono a questo punto i suoi progetti per il futuro, oltre all’impegno che la vedrà supervisionare la futura versione a colori dei classici di “Ken Parker”, sempre edita da Mondadori Comics?

IM: Oltre ad accompagnare la colorazione degli episodi selezionati di “Ken Parker”, onde assicurare l’impiego dei cromatismi ottimali nei vari passaggi narrativi offerti dai vari episodi, aspetto la prossima esperienza che mi porterà la gioia di una nuova conoscenza e l’idea di una nuova storia, con tutte le emozioni e gli imprevisti connessi.

MC: Anche Fin dove arriva il mattino avrà una sua versione a colori?

IM: L’episodio conclusivo verrà colorato dallo studio che sta provvedendo alla riuscita degli altri e concluderà la collana da libreria.

MC: La ringraziamo per essersi intrattenuto con noi, Ivo, e lasciamo adesso la parola a Giancarlo Berardi, creatore letterario di “Ken Parker”…

Giancarlo Berardi personalizza il volume di un lettore

Giancarlo Berardi personalizza il volume di un lettore

Giancarlo Berardi: Bentrovati

MC: Giancarlo, anche nell’episodio che conclude la vicenda umana di Ken Parker c’è ancora tanta neve e tanto freddo…

GB: È l’inverno della vita. O forse un autunno inoltrato. Ma, per citare Ken, “Ogni stagione ha i suoi frutti. Quelli dell’autunno non sono grossi, ma dicono che siano tra i più saporiti…”.

MC: Per molti anni – attraverso indiscrezioni e interviste – si è parlato di una continuazione della saga di “Ken Parker” strutturata su più storie, con un protagonista lanciato verso altri orizzonti e altre epoche. Perfino l’episodio conclusivo era stato annunciato col titolo Un mondo nuovo. Com’è maturata, invece, l’idea di un finale tanto tragico?

GB: Mentre scrivevo la storia. La saga di Lungo Fucile offre talmente tanti spunti che potrei andare avanti per altri trent’anni. Ma io non avrò altri trent’anni. E non mi piace lasciare le cose a metà. La vicenda andava conclusa e, a un certo punto, si è scritta da sé. Quello era l’unico coerente finale possibile.

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MC: Sembra un epilogo non solo narrativo, ma addirittura concettuale e filosofico. Per cominciare, tra i protagonisti della storia c’è una ragazzina, Frances, che si pone agli antipodi di Pat O’Shane, personaggio che quasi quarant’anni fa racchiudeva in sé un ideale femminile di indipendenza e di determinazione nella ricerca della propria realizzazione come donna. Frances, invece, non solo viene stuprata da un bandito di strada, ma sceglie addirittura di legarsi al suo violentatore, scambiando la sua volontà di prevaricazione per virilità. Se “Ken Parker” ha sempre rappresentato, in chiave allegorica, la realtà contemporanea, allora il messaggio che ne deriva è che le aspirazioni femministe degli anni Settanta hanno lasciato il posto – così come ci ha purtroppo raccontato la cronaca italiana – ai desideri di bella vita delle mantenute nelle case del potere politico ed economico?

GB: La trama è, come sempre, influenzata dal mondo in cui vivo. Sono un osservatore della realtà, e cerco di riportarla nel mio lavoro, perché il compito di uno scrittore è quello di raccontare la sua epoca. L’ho fatto con “Ken Parker”, lo faccio con “Julia”, la mia serie poliziesca pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore.

Come ex sessantottino, che tante volte ha manifestato in piazza per l’emancipazione femminile, prendendo manganellate dalla polizia e dagli estremisti di destra – e insulti dalle femministe – non posso nascondere il mio sconcerto nel vedere tante ragazze che ambiscono al ripristino della categoria “donna-oggetto”. Denaro, successo, potere sono i valori della nostra società. E molte giovani si adeguano, convinte di essere sedute sulla loro fortuna. Ma, naturalmente, pagano a caro prezzo il loro asservimento: sono le prime vittime. Come Frances, che scambia la violenza per virilità, e la sottomissione per affetto.

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MC: La sequenza finale, poi, è agghiacciante. Riprende la stessa dinamica con la quale Ken Parker in Sciopero uccide un poliziotto a cavallo per difendere una bambina in pericolo. Tuttavia nel 1984, anno di uscita di quella storia, traspariva l’indignazione, la rabbia e il desiderio di giustizia di un autore che, come tanti italiani, era inorridito davanti alla morte di Giorgiana Masi, la studentessa diciannovenne ammazzata a Roma durante una manifestazione di piazza e innalzata poi a simbolo della violenza del potere. Oggi, invece, Ken Parker cade sotto i colpi della stessa creatura che cercava di proteggere. Possiamo ipotizzare che vicende come quelle del G8 di Genova e di Bolzaneto, unite alla generale sfiducia dei cittadini nella partecipazione politica e nel rispetto pubblico dei principi di legalità, abbiano contribuito a cancellare dall’orizzonte di “Ken Parker” quasi tutti gli assunti di libertà e progresso su cui la serie si fondava?

GB: Per quanto gli anni e le sofferenze l’abbiano reso amaro, Ken non perde mai la speranza. Certo, oggi, rispetto al 1984, bisogna impegnarsi parecchio per scorgere il lumicino in fondo al tunnel. Però la luce c’è, ne sono convinto, anche senza vederla. Eppure la mia generazione ne ha subite, di delusioni. In pochi decenni i nostri valori sono stati ribaltati, i nostri traguardi vanificati. Ma è un momento. “Adda passa’ ‘a nuttata”, sentenziava Eduardo. Equilibrio e buonsenso prevarranno.

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MC: E poi c’è Olivia, la madre di Frances. Una figura che in Fin dove arriva il mattino sovrasta, per tragicità, addirittura quella di Ken Parker. Olivia è l’incarnazione metaforica dell’impotenza dinanzi alla realtà, del cittadino che ha ceduto alle angherie dei malvagi senza riuscire a porvi alcun freno. E la cosa terribile è che la sua inerzia cessa solo quando, per un riflesso istintivo, fredda la figlia con un colpo di fucile. Olivia simboleggia una generazione che non solo non è riuscita a proteggere i propri figli, ma ha finito con l’ucciderli…

GB: Proprio così. La violenza è entrata di prepotenza anche nelle famiglie. I mariti uccidono le mogli, le mamme i figli e i figli i genitori. È un gioco al massacro, emanazione di un capitalismo ottuso e disumano. La tensione sociale in cui viviamo, fatta di competizione e di corsa disperata al successo, ha esasperato il comportamento della gente. L’elastico è così teso che basta poco per provocare una lacerazione tragica. E la tragedia dev’essere magniloquente, clamorosa, pubblica, perché oggi solo i mass media possono certificare davvero l’esistenza di una persona.

Grazie alla riedizione Mondadori, molti giovani hanno scoperto Ken Parker e i suoi valori con stupore e fascinazione. I nostri figli hanno bisogno di una guida, di un punto di riferimento. Lungo Fucile lo è stato per alcune generazioni passate, forse lo sarà anche per quelle future.

MC: Ken Parker muore tenendo la mano a una donna. E in quella donna ci proiettiamo tutti noi che – dopo aver contributo a tradire gli ideali di cui il personaggio si è sempre fatto portatore – lo accompagniamo dolenti nel suo trapasso. “Mi è sempre piaciuta la luce del mattino,” dice Ken a Olivia. È l’unica immagine di speranza in una storia che non ne lascia nessuna: quella di un’alba di un’eventuale nuova vita capace di conseguire gli obiettivi al quale Ken ha dovuto rinunciare…

GB: Quell’alba è una speranza, qualcuno potrebbe vederci Il Sol dell’Avvenire di una nuova società più equa e pacifica. Io ci vedo il segno di una continuità nella quale l’essere umano si è sempre rinnovato, preparandosi ad affrontare le nuove sfide che la lotta spietata per la vita ci impone.

MC: “Julia” la sua creatura più longeva sta per tagliare il traguardo dei duecento albi mensili in edicola. Adesso, dopo la dipartita di Ken Parker, la criminologa di Garden City resta il suo esclusivo orizzonte narrativo?

GB: Mi frullano un sacco di idee in testa, e di vario genere. Editoriali, musicali, teatrali, cinematografiche…Qualcosa andrà in porto. Voglio ancora sorprendere e intrattenere il mio pubblico.

MC: La ringraziamo ancora una volta, Giancarlo.

GB: Grazie a voi, anche per l’efficace interpretazione che siete riusciti a dare a Fin dove arriva il mattino.

 

Tutte le immagini: © Mondadori Giancarlo Berardi/Ivo Milazzo

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