“Prima”: Black Lord, quando il thriller d’azione incontra il “fumetto di realtà”

Ambientato nelle terre desolate del Corno d’Africa, laddove un mare abbacinante bagna le sabbie del deserto e luoghi martoriati dalla guerra, Black Lord è un coinvolgente graphic novel che vede all’opera alcuni tra i migliori autori transalpini.

Blog 14 maggio 2015 alle 12:30

prima_cover_11Undicesimo numero della collana antologica “Prima” – disponibile in edicola, nelle fumetterie, nelle librerie e negli store online a partire da dopodomani – Black Lord: Somalia, anno 0 giunge quasi a sorpresa, sostituendo la prevista uscita del secondo, attesissimo album de La via della spada, il cui lancio sul mercato transalpino è stato differito di qualche mese.

Un imprevisto che rientra in una casistica più che naturale, visto che “Prima” propone, pressoché in contemporanea con le originali edizioni francofone, i titoli più esclusivi e rinomati della cosiddetta bande dessinée.

E si tratta di un breve rinvio che lascia spazio a un titolo dalla qualità altrettanto eccezionale, sebbene ambientato in epoca contemporanea e in un contesto totalmente realistico (mentre, invece, La via della spada è un fantasy che si dipana sugli scenari storici del Medioevo giapponese).

Black Lord, è stato infatti concepito e scritto da Guillaume e Xavier Dorison, due degli sceneggiatori più attivi e importanti dell’industria fumettistica d’Oltralpe, avvalendosi del fondamentale apporto grafico di Jean-Michel Ponzio, illustratore marsigliese che i frequentatori delle collane prodotte da Mondadori Comics hanno già avuto modo di conoscere e apprezzare su saghe sci-fi come Il complesso dello scimpanzè e Il protocollo Pellicano (pubblicate entrambe all’interno della testata antologica Fantastica).

La vicenda narrata in Black Lord: Somalia, anno 0 – di cui pochi mesi fa, in Francia, l’editrice Glénat ha dato alle stampe il secondo capitolo, intitolato Toxic Warriorprende il via nell’aprile del 2003, quando uno yacht da crociera in rotta verso le spiagge a nord di Mogadiscio viene preso d’assalto da una banda di pirati.

I benestanti e incauti ospiti di bordo, tutti di nazionalità francese, vengono così presi in ostaggio, ma Maxime Stern, il comandante dell’imbarcazione, ferito a una coscia durante una colluttazione con uno degli assalitori, cade in acqua, scomparendo tra i flutti marini.

L’azione si sposta, quindi, a Bravawee, un tempo città di orgogliosi pescatori che una scellerata guerra fratricida ha condotto alla rovina civile, morale ed economica. Qui entra in scena l’elegante e ambiguo Churchill, un mediatore incaricato dal capo dei pirati di trovare il modo di negoziare con le autorità internazionali il rilascio dei prigionieri.

Una situazione esplosiva, destinata presto a degenerare con conseguenze impreviste e sanguinose.

Impossibile accostarsi alla lettura di Black Lord senza riandare con la memoria alle immagini di Captain Phillips – Attacco in mare aperto, lo splendido film diretto nel 2013 dal britannico Paul Greengrass, che coniugando un’eccezionale vena documentaristica a un montaggio e a una colonna sonora da grande thriller hollywoodiano, ripercorre la vicenda, realmente accaduta, vissuta dal comandante della marina civile statunitense Richard Phillips (incarnato, nella pellicola, da un intensissimo Tom Hanks) a bordo di una nave commerciale presa d’assalto dai pirati somali nell’Oceano Indiano.

Anche Captain Phillips, allo stesso modo di Black Lord, cerca di tratteggiare le origini della moderna pirateria che infesta le acque del Corno d’Africa e – grazie alle potenti interpretazioni di attori originari dell’Africa orientale come Barkhad Abdi, Barkhad Abdirahman, Faysal Ahmed e Mahat M. Ali – le motivazioni di chi troppo spesso la pratica suo malgrado, spinto dalle necessità legate alla sopravvivenza e dal sogno di un’impossibile rivalsa nei confronti di un destino miserevole.

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Pescatori somali a Mogadiscio

Ma il lavoro dei fratelli Dorison e di Jean-Michel Ponzio si distacca quasi immediatamente dal modello concettuale fornito da Captain Phillips, assumendo una dimensione del tutto autonoma, dove le esigenze della fiction e, in particolare, dell’action-thriller si articolano su altre basi, non cronachistiche, né biografiche.

C’è, anzi, in Black Lord, un forte componente pop che si fa addirittura esplicita quando uno dei protagonisti cita in funzione di esempio, per spiegare la condizione dei pescatori somali costretti a diventare banditi del mare, il supercriminale mutante Magneto, fiero avversario degli X-Men della Marvel Comics, ma passato, per un certo periodo, dalla parte del bene.

Una svolta voluta a metà degli anni Ottanta dallo sceneggiatore britannico Chris Claremont e giunta al suo clou con l’episodio Il processo di Magneto, apparso sul duecentesimo numero della collana “The Uncanny X-Men”.

Uno dei principali punti di forza dell’album è comunque l’iperrealismo che contraddistingue l’arte di Ponzio, il cui storytelling – improntato anche sull’impiego di materiali fotografici e di modelli in posa giustapposti e fusi insieme con l’ausilio della computer grafica – riesce a donare al racconto un’esaltante aura cinematografica.

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© Columbia Pictures

Molto facile, perciò, immaginarsi un Black Lord già pronto a essere trasposto sul grande schermo, magari dal regista Ridley Scott, con lo stile crudo e, al contempo, visionario adottato in film come Nessuna verità, The counselor e, ovviamente, Black Hawk Down, una delle opere che meglio ha saputo descrivere all’Occidente la tragedia della guerra civile in Somalia. Vale a dire, i presupposti stessi da cui derivano le terribili vicende rievocate – in forma esemplare – nel Captain Phillips di Greengrass e il graphic novel realizzato dai fratelli Dorison e da Ponzio.

Così come viene ricordato anche in un breve antefatto che introduce la storia a fumetti, la definitiva rovina della Somalia ebbe inizio nel 1991, quando il crollo del ventennale regime dittatoriale del generale Siad Barre, diede la stura a uno scontro armato tra tribù locali guidate da spietati signori della guerra.

Armate di fucili Kalashnikov, di razzi anticarro RPG-7 e di mitragliatrici pesanti montate su pick up, jeep e fuoristrada, le fazioni somale si davano battaglia nei centri abitati, causando innumerevoli vittime tra una popolazione già gravata da una tremenda carestia. Una sequela di atrocità che venne giustamente percepita come un’emergenza umanitaria e che portò a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sfociata, alfine, in un’operazione militare di peacekeeping conosciuta come Restore Hope.

Un intervento fallimentare, viziato da ingenuità strategiche e da una costante sottovalutazione dei pericoli reali da parte delle truppe internazionali dell’ONU.

Il 5 giugno del 1993, un commando di soldati pakistani aggregato al contingente Restore Hope aveva tentato di occupare la stazione radio di Mogadiscio con l’obiettivo di bloccare la trasmissione dei proclami alla ribellione contro le forze dell’ONU lanciati dai miliziani comandati dal warlord Mohamed Farrah Aidid.

La reazione dei guerriglieri somali aveva provocato la morte di decine di militari asiatici, costringendo i parà francesi e vari reggimenti italiani a una delicata manovra di soccorso, fondata più sulle abilità diplomatiche che sulla forza effettiva.

Il mese successivo di quell’anno era toccato agli stessi italiani, coinvolti in un’operazione di rastrellamento presso il quartiere di Haliwaa, sempre a Mogadiscio, subire un fuoco incrociato di cecchini, mimetizzati tra la popolazione civile aizzata alla rivolta. Un conflitto a fuoco nel quale avevano perso la vita tre militari nostri connazionali mentre altri trentasei erano rimasti feriti.

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La battaglia di Mogadiscio ricostruita nel film “Black Hawk Down”

Infine, il 3 ottobre del ’93così come ricostruito nel film Black Hawk Down – un raid americano diretto a catturare alcuni luogotenenti di Mohamed Farrah Aidid asserragliati in un palazzo del centro di Mogadiscio, si era risolto in un disastro tattico che aveva causato l’abbattimento di un elicottero e la morte di diciannove marines. Uno smacco che aveva indotto il presidente degli USA Bill Clinton a ritirare le truppe statunitensi dalla Somalia.

L’esito negativo dell’intera missione Restore Hope si rivelò fatale per gli equilibri della regione. E le conseguenze sono tutt’oggi evidenti.

L’assenza di un governo centrale ha dato, col tempo, mano libera ai pescherecci degli altri Paesi che hanno incominciato a introdursi nelle riserve marine del Corno d’Africa per sfruttarle in maniera intensiva, con grave danno per le comunità di pescatori somali, reclutate non di rado come manovalanza a basso costo dalle organizzazioni malavitose locali.

I signori della guerra, dal canto loro, sono riusciti a trasformare la punta estrema dell’Africa orientale in un corridoio di transito per il traffico d’armi, di droga e per lo smaltimento di rifiuti tossici illegali. Attività su cui è sempre risultato impossibile indagare a fondo, come testimonia il barbaro omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, trucidati il 20 marzo del 1994 da un commando paramilitare somalo nei pressi di Mogadiscio.

Per questo motivo Black Lord è dedicato, idealmente, anche alla loro memoria e al loro sacrificio volto alla conoscenza della verità.

La giornalista Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin

La giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin

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