UW2: “Raccontare la catastrofe è un dilemma morale”. Intervista a Denis Bajram

Pubblicato in contemporanea con il mercato transalpino, come da tradizione della collana “Prima”, la saga fantascientifica di Universal War Two entra nel vivo dell’azione, con un secondo capitolo, intitolato La Terra Promessa, ambientato in un Sistema solare ormai al collasso. Ne parliamo con l’autore, il cartoonist Denis Bajram.

Blog 18 marzo 2015 alle 12:00

Un gigantesco costrutto quantico di forma triangolare che minaccia di sfaldare un Sistema solare già privato della Terra, finita in frantumi a causa di un’esplosione cosmica nel corso di un apocalittico conflitto armato.

Dei misteriosi alieni che, a bordo di gigantesche astronavi, invadono i cieli di Canaan, il mondo dal quale sono giunti coloro che hanno posto fine alla guerra, ma che adesso si comportano da invasori privi di umanità.

Un salto nel tempo e nello spazio teso a riportare in gioco l’unica persona in grado di comprendere il senso e la vera portata di tali fenomeni.

Giunta al suo secondo capitolo, La Terra Promessa – pubblicato sul decimo volume della collana “Prima”, disponibile nelle edicole, nelle librerie, nelle fumetterie e negli store online – la space-opera Universal War Two (di cui abbiamo parlato la settimana scorsa) ci trasporta nel futuro della prima metà del XXII secolo, proseguendo in maniera del tutto autonoma il discorso narrativo incominciato con Universal War One.

Abbiamo colto l’occasione per parlarne con l’autore, Denis Bajram (il cui sito ufficiale è: www.bajram.com), che di Universal War Two è soggettista, sceneggiatore, disegnatore e colorista.

Mondadori Comics: Gli impianti fantascientifici di Universal War One e Universal War Two presentano due facce: la prima è quella di una classica space-opera nello stile della romanziera C.J. Cherryh e del cartoonist Jim Starlin. Ma è anche una saga post-cyberpunk, con riferimenti alla fisica quantistica, ai meccanismi antigravitazionali, alle utopie sociali e così via. Come hai operato per integrare questi due aspetti nelle tue trame?

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Denis Bajram

Denis Bajram: Recentemente, durante una tavola rotonda, un relatore mi ha detto che il mio lavoro costituirebbe una sorta di enciclopedia della science-fiction. Si tratta di un’affermazione evidentemente parecchio esagerata, ma in effetti c’è questo desiderio – presente fin dai miei esordi – di trattare i massimi temi della fantascienza. Nel 1997, le edizioni Soleil mi avevano srotolato un tappeto rosso sotto i piedi, proponendomi di fare ciò che volevo nella maniera in cui volevo. Un autore non si trova quasi mai davanti a un’opportunità e a una libertà del genere. Ma la questione fu per me: cosa avrei voluto fare? Della fantascienza, certo. Della space-opera, evidentemente. Ma soprattutto della fantascienza politica e sociale, un viaggio nel tempo e… e così via.

Sono, fin dalla mia più tenera infanzia, un grande lettore di fantascienza e di riviste scientifiche e volevo senza alcun dubbio inserire all’interno del mio primo album “libero” tutto quello che avevo amato in quella moltitudine di romanzi. Ma un solo volume non poteva essere sufficiente, questo era certo, e così finii, all’epoca, per scrivere la sinossi di 18 capitoli suddivisi in tre cicli: Universal War One, Universal War Two e Universal War Three.

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Cover tratte da “Universal War One” © Bajram/Quadrants

MC: La tua linea grafica e la costruzione delle tue tavole sono molto pulite, ma, allo stesso tempo, molto peculiari e sofisticate. Sei allora riuscito davvero a integrare la tua passione per il Tintin di Hergé con quella per gli albi supereroistici americani?

DB: Non ho mai avuto l’ambzione di riuscire a raggiungere questo o quell’obiettivo. E per quanto riguarda il fumetto, sì, Hergé e la Marvel Comics mi hanno nutrito nello stesso modo. Ma si può andare oltre. Amo i classici, l’avanguardia, il popolare e l’intellettuale. Il mio solo obiettivo è stato sempre quello di evitare di negare qualcuno di questi aspetti. Il mio modo di costruire le inquadrature, le tavole, la narrazione, la storia, è il frutto di tutte queste sfaccettature. Mi fornisce il vantaggio di poter usufruire di un vocabolario assai ampio. Ciò sarebbe potuto risultare alfine incoerente, soprattutto se avessi ricercato degli effetti stilistici per fare il furbo e apparire a tutti i costi intelligente, ma credo di essermi messo al riparo da questa deriva poiché il mio scopo è sempre stato uno solo: raccontare al meglio le mie storie.
MC: Nel backstage di La Terra Promessa, secondo album di UW2, parli dell’importanza che per te hanno avuto cartoonist come il francese François Schuiten e il canadese John Byrne. Puoi chiarirci meglio come le opere di questi due autori hanno costituito un punto di riferimento per te?

DB: Quando ero adolescente, nel pieno degli anni Ottanta, desideravo diventare un disegnatore di comics americani. All’epoca, trovavo che la bande dessinée franco-belga fosse in larga parte vecchia e sclerotizzata. Il mio modello era, in quel periodo, John Byrne. Avevo adorato, così come un’intera generazione di lettori, le sue storie degli X-Men – sceneggiate da Chris Claremont – Ma avevo, allo stesso modo, una vera passione per il suo ciclo di Fantastic Four, dove è giunto rapidamente a essere un autore completo.

Byrne univa a un disegno brillante à la Neal Adams, delle rimarchevoli qualità narrative e un’immaginazione ricca e ambiziosa. Per me rappresenta il modello di “disegnatore di fumetti”, in opposizione all’”artista disegnatore”. Byrne, cioè, è un disegnatore che racconta, per il quale ogni scelta è orientata verso la storia per immagini e non verso la riuscita del disegno isolato.

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La forza grafica di John Byrne su “The uncanny X-Men” e “Fantastc Four” © Marvel Entertainment Group

Da adolescente, io non ricercavo quindi che fumetti statunitensi. Ma la lettura de La Tour e de La Fièvre d’Urbicande di Benoit Peeters e François Schuiten mi ha letteralmente fatto ravvedere. Un disegno a priori di fattura molto classica al servizio di una storia modernissima. Post-modernismo, steampunk ante-litteram e favola filosofica allo stesso tempo, senza sacrificare il grande pubblico… Scoprii che si poteva anche non negare la propria cultura classica, così come la propria cultura popolare e realizzare un vero lavoro d’avanguardia. Uno shock!

Per cercare di avvicinarmi all’essenza di un lavoro del genere, ho fatto come tutti i giovani idioti: ho copiato la forma. Per qualche anno, mi sono messo a imitare lo stile “antica incisione” di Schuiten. Ho mescolato Byrne con un po’ di Barry Windsor-Smith. Per farla breve, continuo ad avere un amore tutto particolare per il ciclo de Le città oscure. E ho avuto il piacere di diventare amico di François e Benoît. L’adolescente ancora ben vivo in me, freme di felicità per questo.

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Tre allbum del ciclo de “Le città oscure” di Péeters e Schuiten

MC: Dopo UW1, anche in UW2 i nomi biblici ed epici continuano ad avere un’enorme importanza…

DB: Benché sia adesso solidamente pervaso di scienza e di razionalità, sono stato un fervido credente, persino con tendenze mistiche, fino al termine dell’adolescenza. Poi ho perduto la fede per diverse ragioni, tra le quali la principale è la lettura di Friedrich Nietzsche. Sebbene sia divenuto ateo, ho mantenuto l’interesse verso la teologia cattolica, che continuo a praticare come strumento di conoscenza e arte. La Bibbia di Canaan che si vede in Universal War è un testo ateo che ha come scopo di apportare alla civiltà fondata da uno scienziato, Kalish, un afflato mistico.

Penso che l’uomo non possa essere che razionale, ma, allo stesso tempo, penso anche che una civiltà debba possedere assolutamente una dimensione poetica e spirituale, un inconscio vibrante, per non disseccarsi.
MC: Vidon, guerriero di Canaan e cugino di Thea – la protagonista di UW2 – sembra un incrocio tra un eroe omerico e supereroi come Orion dei Nuovi Dei o la Lanterna Verde Guy Gardner, personaggi della DC Comics…

DB: Detesto e, allo stesso tempo, adoro gli eroi. Detesto che siano gli arroganti emblemi dei valori morali. Detesto in maniera particolare lo spirito di superiorità, se non di predominio, che portano inevitabilmente dentro di sé. Gli eroi sono molto spesso nemici della sottigliezza e della complessità. Ma, allo stesso tempo, adoro la funzione archetipa che apportano a una storia.

Ho avuto l’opportunità di accostarmi seriamente ai testi di Omero e di Sofocle quando studiavo greco a scuola. Adoro che una storia si appoggi su degli archetipi e che il confronto tra di essi generi un’imprevista complessità. Ma dopo i grandi maestri greci, ci sono state talmente tante storie attaccate in maniera ottusa alla mitologia del passato che, alla fine, un buona parte della modernità ha rigettato gli archetipi. Ma questo significa pure gettare via il bambino con l’acqua sporca, dopo avergli fatto il bagno…

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Le visioni epiche di “Universal War Two” © Bajram/Casterman

MC: Nel backstage del primo volume di UW2 (pubblicato sul quarto numero di “Prima”), hai raccontato che, lavorando a Universal War One, nel 2001, sei rimasto scioccato dall’attacco alle Torri Gemelle poiché, nella parte conclusiva della tua serie a fumetti, New York e la Terra venivano spazzate via da un attentato cosmico. E tu non volevi facilitare in qualche modo l’avvento di una futura catastrofe. Un pensiero molto interessante…

DB: Esiste una questione irrisolta: un artista dovrebbe essere responsabile o irresponsabile? Normalmente non dovremmo mai porci problemi sulle conseguenze del nostro operato e dire tutto ciò che dovrebbe essere detto. Praticare l’Arte per se stessa e lasciare che la società se ne nutra, per adesione o per rigetto. Sarà il tempo a dirci quale risultato avrà avuto quel lavoro.

All’interno delle arti popolari è molto più facile comportarsi in maniera irresponsabile, poiché il nostro lavoro, anche se lo si pratica in maniera molto seria, viene percepito come entertainment e divertimento dalla maggior parte dei nostri lettori.

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Angosciose scene di distruzione in “Universal War One” © Bajram/Quadrants

Ci sono tuttavia degli eventi, come l’attentato alle Twin Towers o quello alla redazione di “Charlie Hebdo”, che rimettono in causa le nostre certezze umane. L’11 settembre 2001 ero in procinto di disegnare la distruzione di New York nel quarto volume di UW1. Davanti al televisore ho pensato: “I terroristi imitano i film hollywoodiani”. Davanti al televisore ho pensato che UW1 un giorno avrebbe potuto, allo stesso modo, alimentare i loro fantasmi di morte.

Ovviamente, io realizzo dei fumetti catastrofisti nella speranza di riuscire ad avvertire l’umanità che essa non è affatto immortale. Ho immaginato la fine apocalittica della Terra per dire che siamo in procinto di distruggerla anche nella realtà, sebbene con ineluttabile lentezza. È una metafora. Ma mi posi il problema che qualche mio lettore avrebbe potuto percepire soltanto – come definirla? – l’affascinante bellezza della violenza e della morte. Dopo l’11 settembre 2001, ho impiegato diversi, lunghi mesi prima di riuscire a trovare la forza di tornare a disegnare. A volte non è per nulla facile stabilire se essere responsabile o irresponsabile.

MC: Il terrorismo ha una grande importanza nell’incipit di UW2. Il pianeta Marte (Terra 3) sembra una specie di Iraq e la gente di Canaan assomiglia all’esercito americano in Medio Oriente. L’escalation dell’IS e le ultime notizie riguardanti il terrorismo influenzeranno in qualche modo le trame dei prossimi album di UW2?

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L’incubo del terrorismo in “Universal War Two” © Bajrman/Casterman

DB: Come ho già detto, ho scritto le sinossi dei diciotto capitoli di Universal War One, Two e Three nel 1997. Le sequenze iniziali di UW2 derivavano, all’epoca, dalla questione israelo-palestinese. Quando ho concepito la scena dell’attentato in una scuola, per me allora non era che fantascienza. Se avessi saputo, in quegli anni, che, in meno di un decennio, sarebbe diventato normale coinvolgere dei bambini in attentati…

Dunque, dal punto di vista narrativo, non posso essere stato influenzato dai conflitti successivi all’11 settembre 2001. Penso piuttosto che, per quanto riguarda la cronaca e le vicende storiche, fosse tutto già in atto nel 1997 e che mancava solo l’innesco per dar fuoco alle polveri. Ho solo avvertito l’aria dei tempi, all’epoca, e l’ho trasfusa nel mio lavoro. Ciò che appare terrificante, è ciò che penso oggi del nostro avvenire. E spero tanto di sbagliarmi.

MC: Nella collana “Prima”, la stessa in cui viene pubblicata UW2, appaiono anche gli album della serie storica Alix Senator, scritta da tua moglie Valérie Mangin, esperta anche di fantascienza. In quale misura vi rendete partecipi reciprocamente dei vostri processi creativi?

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Un divertente biglietto di auguri datato 2012: “Ma Valérie!! Non c’è più spazio per piazzare ‘UW2’ – “Tanto peggio, Denis. Dovrai attendere il 2013!”

DB: Valérie e io viviamo e lavoriamo insieme da diciassette anni. È evidente che il nostro lavoro possiede qualcosa di collettivo: le nostre vite e i nostri pensieri sono assai intrecciati. Ma è pur vero che lei si è mantenuta distante da Universal War. In parte, perché avevo scritto la sinossi generale prima che la incontrassi, ma anche perché sono un autore completo e quindi non esiste una fase intermedia tra la sinossi iniziale e la bozza completa dell’album. In effetti io “scrivo” direttamente in fase di story-board, saltando la fase di sceneggiatura.

Ovvio che lei legga tutto in anteprima, dandomi i suoi consigli, ma la maggior parte delle volte non fa che rassicurarmi sulla chiarezza del risultato.
All’inverso, collaboriamo maggiormente quando si tratta del suo lavoro. Discutiamo molto delle sue idee iniziali e delle sue sinossi. Rileggo quasi tutte le sue sceneggiature e, infine, do sovente indicazioni ai suoi disegnatori in qualità di direttore artistico a volte ufficiale, altre ufficioso.

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Denis Bajram e Valérie Mangin “Trois Christs” © Quadrants “Abymes” © Dupuis

Insieme, abbiamo realizzato alcuni volume: Trois Christs, Abymes e Esperienza di morte, su sceneggiatura di entrambi. Tutto ciò è assai incoraggiante. Sono passati quasi due decenni e il nostro amore non ne ha risentito per nulla!

MC: Per concludere, un’ultima domanda, d sapore più leggero: in UW2 gli scienziati di Canaan citano una “Legge di Millar” e una “Legge di Moore”, due postulati scientifici di pura invenzione. Rappresentano il tuo personale tributo agli sceneggiatori britannici Mark Millar e Alan Moore?

Alan Moore

Alan Moore

DB: Sì. “Millar” e “Moore” sono cognomi abbastanza comuni da passare inosservati, ma si tratta proprio di un omaggio ai due sceneggiatori.

Mark Millar rappresenta, ai miei occhi, tutto quel divertimento, quell’atteggiamento iconoclasta e quello spirito punk che mancano troppo spesso all’essenza del fumetto franco-belga. Quanto ad Alan Moore, ho conosciuto una vera rivoluzione copernicana quando ho scoperto il suo lavoro. Alla fine degli anni Ottanta. È uno dei più grandi geni del fumetto. Valérie e io quando parliamo di lui gli attribuiamo entrambi l’affettuoso appellativo di “Dio”.

Il che sarebbe quasi come confessare che siamo entrati nel mondo del Fumetto così come altri decidono di abbracciare una religione: con una passione assoluta.

Mark Millar

Mark Millar

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